Produzione Editoriale

Ratio Mattino e Ratio Quotidiano Massimo De Sanctis

L’evoluzione del mercato del lavoro in Italia non potrà fare affidamento sulla grande industria, ma sulla rinascita di piccole realtà locali, il bacino che rappresenta la maggior parte dei clienti di uno studio professionale, grazie ad azioni mirate sull’attrattività locale.

Abbinare il termine “Marketing” (da: to market, che significa “verso il Mercato”, “introdurre sul mercato”), quindi qualcosa di dinamico, che si muove verso il mercato, con il termine “Territorio”, che è quanto di più statico si possa immaginare, può sembrare un ossimoro. Tuttavia, l’abbinamento di questi 2 termini deve essere interpretato in modo corretto, ovvero, deve fare riferimento al fatto che per marketing territoriale si intende la capacità di un territorio di attrarre capitali dall’esterno.
Sono i capitali che devono muoversi verso il territorio, grazie alla capacità di quest’ultimo di attirarli. In passato, a livello nazionale, si è investito molto affinché i capitali arrivassero principalmente dall’industria, con la controindicazione di una forte concentrazione di potere difficile da sostituire (Ilva di Taranto è l’ultimo esempio: chiude la “grande” azienda locale e non si hanno soluzioni alternative per i suoi lavoratori). Ma è il marketing territoriale locale quello su cui vogliamo fare alcune considerazioni.
A livello locale, ogni Comune rappresenta una cellula specifica che ha attratto capitali grazie a:
industria. Pensiamo ai distretti industriali, alle eccellenze positive come Ferrari che rappresenta non soltanto l’indotto industriale locale, ma anche al turismo con il Museo e le molte attività commerciali che vi ruotano attorno;
turismo. Che dovrebbe rappresentare il primo elemento di marketing territoriale, soprattutto al Sud Italia;
ma anche grazie a:
sedi universitarie. Studenti pendolari e soprattutto, stanziali che si trasferiscono, vivono e spendono in loco;
fiere, eventi, manifestazioni occasionali;
– e i più virtuosi, grazie alla capacità di creare situazioni ed eventi ad hoc. Pensiamo al primo outlet in Italia, a Serravalle Scrivia, grazie a un’iniziativa privata sostenuta dagli enti locali, quando la Valle Scrivia era un deserto economico e l’apertura ha portato centinaia di posti di lavoro e milioni di visitatori annui.
La causa è l’operazione di marketing territoriale. L’effetto sono gli sviluppi commerciali, imprenditoriali, occupazionali che si generano e creano occasioni di lavoro, ma soprattutto determinano le opportunità lavorative anche per gli studi professionali, vedendo nascere e crescere liberi professionisti, realtà commerciali, artigianali, micro industria, che diventano potenziali clienti per i commercialisti del territorio.
La grande opportunità che si apre è legata anche al fatto che nei prossimi anni saranno poche le aziende multinazionali che verranno a investire sul nostro territorio. Questo significa che una forza economica molto concentrata (come una singola realtà industriale), che offre opportunità a pochi professionisti, potrà essere sostituita da molte piccole realtà che diversificano il tessuto locale, offrendo la possibilità di nuova clientela a molti professionisti locali.
Ecco perché il professionista, le associazioni di categoria, gli Ordini stessi, anche attraverso le fondazioni, dovrebbero essere partecipi a stimolare le amministrazioni locali a sviluppare iniziative e progetti mirati che portino crescita economica sul territorio. Non devono limitarsi alla gestione ordinaria (a volte anche lassista) e al mantenimento dello status quo.
Attirare visitatori, frequentatori, turisti dovrebbe essere l’obiettivo di ogni singolo Comune, ma anche dei professionisti del posto, che dallo sviluppo economico locale hanno soltanto da guadagnare. Voi lo fate?

Perché il settore è in difficoltà? L’onda lunga dovuta alla reputazione negativa che sta raggiungendo Amazon, i social e Google comincia ad avere i suoi effetti.

Alcune catene della GDO di elettronica di consumo in Italia sono in crisi. È l’effetto che negli Usa chiamano Death by Amazon (ovvero uccise da Amazon)? In questo caso, la loro è una crisi che si trascina ormai da anni.
Lo strapotere del gigante dell’e-commerce non è però l’unica giustificazione alla crisi in corso, anche se per molte imprese la violenza con cui il commercio elettronico conquista anno dopo anno quote, è il nemico da battere. Basta vedere le promozioni con prezzi sempre più stracciati per rendersi conto che questo settore sta con l’acqua alla gola. Vendite ferme, grandi superfici (come del resto anche i centri commerciali) che non tirano più come un tempo, concorrenza sfrenata, margini sempre più ridotti e costi fissi, progressivamente, sempre più alti delle entrate.
Quattro sono i fattori principali: la crisi generale dei consumi, che ha determinato le prime criticità; l’arrivo sul mercato di smartphone e tablet, che hanno sostituito, in pochi grammi, informatica, fotografia, navigatori e musica; il mercato italiano verso una polarizzazione, con maggiori conseguenze per le imprese più piccole; la crescita esponenziale delle vendite online, che ha rivoluzionato fatturati e margini e fatto perdere potere al retail sulle politiche dei prezzi.
Tre fattori sono indipendenti da Amazon, mentre il quarto presenta numeri significativi.
L’e-commerce, fonte l’Osservatorio del Politecnico di Milano, in Italia è arrivato a contare 22 milioni di acquirenti (+10% compratori in un anno; +17% le vendite a quota € 23,6 miliardi), con il mercato dei prodotti che supera quello dei servizi e settori come informatica ed elettronica che sale a quota 4 miliardi (+28%). Nel campo dell’e-commerce, l’elettronica di consumo è certamente il settore più maturo. Secondo le nostre stime ha una quota del 22% sul totale delle vendite che di qui a qualche anno potrebbe salire al 40-45%, e Amazon ha un peso rilevante.
Ma anche Amazon comincia a subire gli effetti negativi della propria crescita. Gli scandali emersi su gestione e controllo totale dei dipendenti, ritmi e turni lavorativi pesantissimi, rifiuto di riconoscere i sindacati nei Paesi in cui opera, hanno cominciato ad allontanare acquirenti. In Italia la scelta di aumentare a 36 euro l’abbonamento annuale al servizio Prime (consegna garantita nelle 24 ore più altri servizi di scarso utilizzo) ha portato a cancellazioni di utenti: 16 euro di differenza consentono di produrre margine senza alcun costo aggiuntivo.
Per la prima volta in 20 anni, la novità ha provocato l’effetto saturazione. Il mercato italiano, anziché accettare questo aumento, ha richiesto in percentuale inaspettata (dati ufficiali, ovviamente Amazon non ne dichiara) la cancellazione del servizio. Anche la vendita di libri, settore in cui nacque 20 anni fa Amazon, non è più cresciuta. Una recente indagine ha fatto emergere come la gente torni ad apprezzare la libreria fisica, girare tra scaffali e scegliere senza i suggerimenti che appaiono su Amazon mentre si naviga.
Del resto anche nell’abbigliamento ci si è resi conto che il punto vendita fisico può essere un supporto alla vendita online e viceversa.
E se la stessa situazione si dovesse ricreare tra qualche anno anche con l’elettronica? Se tornassimo a voler toccare i prodotti prima di acquistarli? Significherebbe trovare il giusto equilibrio tra e-commerce e distribuzione fisica. Sarà forse la fase in cui il consumatore diventerà maturo e consapevole.

Situazioni ai confini con lo sfruttamento, la continua fuga all’estero, la rassegnazione di chi ha smesso di cercare lavoro. E intanto le riforme non risolvono i problemi.

L’ultima rilevazione dell’Istat nell’ambito delle forze di lavoro, relativa ai giovani tra i 15 e i 34 anni, evidenzia che il tasso di occupazione è al 60% e cresce all’aumentare del livello di istruzione: dal 47,4% per chi ha un titolo di studio basso, al 71,7% per i laureati. A fronte di una disoccupazione sempre molto alta, a peggiorare la situazione c’è il fatto che oltre il 25% di chi lavora ha un lavoro a termine. Un giovane occupato su 4 lavora a orario ridotto, nella maggioranza dei casi per l’impossibilità di trovare un’occupazione a tempo pieno.
Non sono un consulente del lavoro, mi occupo di marketing da 25 anni e la mia esperienza sulle “risorse umane” è basata quasi esclusivamente su ricerca e gestione di figure commerciali (agenti, venditori, account, ecc.). Tuttavia analizzando il mercato negli ultimi anni ho riscontrato 3 profili di giovani, che classifico nel seguente modo:
Intraprendenza zero. Una percentuale sempre crescente di giovani poco motivati, per nulla intraprendenti, che fin dal primo (e ultimo) colloquio di selezione comunicano in modo esplicito di conoscere perfettamente i loro diritti (peraltro molti dei quali ampiamente superati dal Jobs Act) e di ignorare i propri doveri. Vogliono un lavoro “alle loro condizioni”, altrimenti rifiutano tutto.
Intraprendenza e rassegnazione. Tra questi, ci sono i giovani che, pur di entrare nel mondo del lavoro, soprattutto perché non vedono sbocchi e opportunità all’estero, accettano contratti, condizioni, mansioni che dovrebbero essere inaccettabili. Sono le “vittime” del modello di business che ci permette di acquistare prodotti, di viaggiare a costi irrisori, e che, negli ultimi tempi, ha mostrato l’altra faccia del consumismo: lo sfruttamento esasperato delle risorse, per abbattere i costi e garantire il tanto agognato “low cost”. RyanAir e Amazon sono i casi più eclatanti, ma purtroppo non sono gli unici.
Un giornalista del Mirror, che si è infiltrato in un magazzino di Amazon come un dipendente qualunque, ha scoperchiato una situazione “allucinante”: condizioni di lavoro a dir poco massacranti, documentate anche da video e fotografie che giornali e tv inglesi hanno pubblicato; richieste di impiegare non più di 9 secondi per confezionare e mandare alla spedizione un pacco; ritmo disumano e protratto per troppe ore (tanto che il cronista ha assistito a episodi di panico, svenimenti, ricoveri in ospedale); turni di lavoro dalle 7 del mattino alle 6 del pomeriggio; paga sotto il minimo sindacale; bagni sudici; impianto privo di luce naturale, solo artificiale e fluorescente; orologi coperti perché nessuno controlli l’ora ma si concentri solo sul lavoro.
Idem Ryanair, che ha fatto richiamare una hostess perché le sue performance di vendita di vari prodotti, durante il volo, erano troppo basse. Caso limite di una situazione che ha portato scioperi e cancellazioni.
Intraprendenza e determinazione. Giovani, molte ragazze, che perseguono i loro obiettivi e non si precludono nessuna opportunità pur di raggiungerli. Purtroppo questo profilo è sempre più difficile da incontrare, anche a causa di modelli educativi (genitori e nonni) e professionali (nepotismo) che nel nostro Paese non eccellono per lungimiranza. È tra questi che si trovano anche coloro che partono per altri Paesi (per studio e per lavoro).
Rimane un altro aspetto tutt’altro che secondario: la lotta all’evasione fiscale e al lavoro nero. Ma questo sarà argomento di altri approfondimenti.

È uno dei brand più ricercati e apprezzati in tutto il mondo eppure l’Italia ha fatto quanto di peggio per sminuirlo e deprezzarlo. Anche le novità che si vogliono introdurre per restituirgli valore presentano enormi lacune.

Il Governo è di nuovo in prima linea sul Made in Italy. In Europa il dossier sull’obbligatorietà dell’indicazione di origine delle merci è ancora al palo, arenata dai veti dei Paesi nordici. Il Ministero Sviluppo Economico è al lavoro con tutto il mondo produttivo italiano, dall’agroalimentare fino ai gioielli e alla moda, per dare vita a: “Un segno distintivo per il Made in Italy sui mercati esteri“.
Il progetto prevede l’istituzione di un contrassegno antifalsificazione, che assicuri al consumatore finale l’effettiva provenienza italiana della merce. Il contrassegno dovrebbe applicarsi esclusivamente sulle merci esportate al di fuori dell’Unione Europea. A farne richiesta sarebbero le aziende stesse, dato che la misura è solo di natura volontaria. Proprio questo requisito dovrebbe rappresentare un lasciapassare della norma, evitando un problema che aveva contraddistinto analoghe proposte di legge del passato. “La previsione normativa del segno descrittivo Made in Italy non può pertanto essere considerata quale normativa commerciale che possa ostacolare, direttamente o indirettamente, gli scambi intracomunitari“, hanno poi spiegato dal dicastero. Nel 2010 moda e arredo tentarono la via della tutela del Made in Italy all’estero con il ddl che introduceva l’etichettatura obbligatoria e la tracciabilità dei prodotti tessili, della calzatura e della pelletteria. Approvato alla Camera, il testo non è mai diventato legge perché incompatibile con il diritto comunitario e per questo motivo non vennero mai emessi i decreti attuativi. Dopo alcuni anni si tentò con il ddl che prevedeva l’istituzione del marchio Italian quality, una sorta di etichetta collettiva, registrato in sede comunitaria e internazionale e di cui sarebbero potuti dotarsi le imprese italiane di qualunque settore i cui prodotti presentino già la marcatura d’origine Made in Italy in base alle disposizioni europee. Anche in questo caso il provvedimento non vide mai la luce.
La speranza è affidata ora al nuovo progetto, che punterà ad ovviare i problemi di attuazione.
In ogni caso, dal punto di vista marketing, anche questo è un progetto che nasce già zoppo per 3 ragioni:
• le aziende italiane, che spinsero nel 2003 a modificare la normativa (legge 350) per potere delocalizzare la produzione inserendo la possibilità di marchiare Made in Italy anche “il bene che ha subito in Italia l’ultima trasformazione sostanziale” seppur prodotto all’estero, adesso, dopo un decennio si sono rese conto del danno procurato, dello svilimento del brand e cercano di correre ai ripari, prima ancora di tornare a produrre in Italia;
manca la definizione specifica sull’origine della materia prima. 100% Made in Italy deve essere il prodotto la cui materia prima (dal tessuto e pellame all’acciaio, carbonio, ecc.) è, anch’essa, prodotta in Italia;
• il più importante: il prodotto 100% Made in Italy deve essere acquistato in Italia. Che sia un prodotto industriale o di consumo, l’acquirente deve venire in Italia, attraverso qualsiasi canale della filiera distributiva (negozio, outlet, spaccio, azienda industriale, ecc.), per 2 motivi.
Siamo da sempre dei commercianti. Chi meglio della nostra rete distributiva può offrire la competenza sui nostri prodotti?
Vogliamo finalmente generare il turismo di alto livello, portando da tutto il mondo persone che vengano in Italia anche per acquistare i veri prodotti 100% Made in Italy?

Le professioni del presente e del futuro: il blogger. In Italia si stimano circa 500.000 blogger, ovvero, liberi professionisti che con il loro blog (traducibile in: diario di rete) catalizzano lettori e, i più bravi, arrivano a influenzare le tendenze del momento.

Una domanda per i tanti professionisti che leggono Ratio Mattino:
Il vostro studio professionale ha, tra i propri clienti, chi si dichiara un blogger?
Lo sapete che in Italia sono circa 500.000 (stimati per difetto dalle associazioni del web) coloro che si dichiarano blogger? Chi ha orecchie per intendere…
Aspetti interessanti: sono giovani (e meno giovani) che, tra le altre cose, hanno anche bisogno di un bravo professionista che li aiuti dal punto di vista fiscale.
Nella stragrande maggioranza dei casi aprono la Partita IVA, spesso all’inizio nelle forme meno onerose (regime dei minimi, regime forfettario) perché i guadagni sono legati al tempo, alla bravura e alla perseveranza e, quindi, all’inizio è tutto un’incognita. Mettono tutta la propria passione e competenza su un argomento, con l’augurio che possa diventare anche una fonte di guadagni.
Sono fashion blogger (moda, il settore più numeroso), lifestyle blogger (viaggi), food blogger (cibo e vino), tech blogger (tecnologia) solo per citare alcuni dei settori in cui è più sviluppato il fenomeno.
Sempre di più il web chiede grandi competenze specifiche, per cui, all’interno di un settore, i blogger scelgono una “nicchia” in cui si sentono specialisti (perché chi è generalista non attira lettori) e lavorano per acquistare visibilità, utilizzando tutti i canali web possibili.
I principali motivi che spingono a creare un blog sono proprio legati alla passione e alla volontà di esprimere l’amore per qualcosa, ma c’è chi crede in una migliore informazione, chi vuole stimolare un dibattito e chi integrare il proprio lavoro. Alcuni sono giornalisti, altri no. Molti si definiscono opinionisti, tanti dei semplici appassionati. E molti sono donne. Molti blogger vorrebbero farne una professione e diventarlo a tempo pieno.
I più interessati a guadagnare sono quelli che scrivono di bellezza e salute, seguiti da tecnologia e lifestyle. La pubblicità è la fonte principale di guadagno, ma solo una piccola percentuale, stimata nel 10%, riceve un compenso scrivendo un post.
Alcuni, soprattutto i blog di moda e lifestyle, sono pagati per inserire i link sui propri siti.
Guadagnano anche attraverso i prodotti che ricevono, non a caso, perché vengono contattati quotidianamente via email o per telefono da aziende e uffici di relazioni con il pubblico che gli inviano, principalmente, inviti per eventi e informazioni; ma ricevono anche molti prodotti da testare, assaggiare o commentare. Soprattutto i blogger che si occupano di vino, tecnologia, bellezza e salute. Spesso vengono contattati anche per esprimere un parere su una collezione di moda o su un prodotto alimentare, a volte prima del lancio sul mercato del prodotto stesso.
Criticità: alcuni guadagnano e vivono di questa attività. Molti arrotondano. “Uno su 1.000 ce la fa!” Cantava anni fa Gianni Morandi. È una regola che vale anche per questo settore. Molti aprono un blog per guadagnare, ma pochi superano i 6 mesi di attività. Pochissimi riescono a monetizzare e a trasformare il blog in un’attività a tempo pieno.
Il motivo è semplice: come in tutte le attività, non esistono le “furbate” o le scorciatoie per avere un successo duraturo. Ci vuole impegno costante e continuo; ci vuole strategia; idee chiare; competenze specifiche; lavorando sodo, mese dopo mese, anno dopo anno.

Leggendo i dati Istat si comprendono solo alcune delle ragioni di una situazione stagnante. Ascoltando le risposte dei giovani si capisce che gli anni di crisi non hanno ancora eliminato i retaggi del passato. Ma chi può spiegare loro che di fronte ai cambiamenti occorre cambiare approccio e mentalità?

Leggendo i dati Istat sul Lavoro in Italia, dal 2007 al 2016, emerge che: crisi, mutamenti sociali e modifiche legislative hanno cambiato la demografia.
Nel 2007, in Italia lavoravano più di 22,5 milioni di persone. Con la crisi, il numero degli occupati è progressivamente diminuito, fino al minimo nel 2013, con meno di 22 milioni di lavoratori, crescendo poi rapidamente nel triennio successivo, per ritornare nel 2016 quasi ai livelli pre-crisi.
Riforme pensionistiche, invecchiamento della popolazione e crisi economica hanno inciso in modo pesante sull’occupazione dei giovani. La decontribuzione per i neo-assunti e il Jobs Act hanno ridotto gli squilibri generazionali, contribuendo alla “ripresina” della loro occupazione durante il biennio 2015-16. Ma per ritornare ai tassi di occupazione pre-crisi ci sarà bisogno di altre centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. E perché ciò accada non sarà sufficiente agevolare ulteriormente le assunzioni: l’Italia dovrà imboccare la strada di un continuativo e vivace sviluppo economico.
Ma cosa pensano gli stessi giovani?
Il 10% delle donne considera di disporre di occasioni di impiego buone e adeguate contro circa il 15% dei maschi. Per la grande maggioranza le opportunità lavorative sono invece scarse (55%) o limitate (33%). E così una grande maggioranza dei giovani si dichiara disponibile a lavori manuali, quelli che forse un tempo non avrebbero preso in considerazione. E non è importante che siano coerenti con la preparazione posseduta purché siano discretamente pagati. Realismo, flessibilità, adattabilità caratterizzano la generazione dei millennials italiani.
Oltre l’80% degli intervistati è dunque pronto a svolgere un lavoro di tipo manuale; 3 su 4 vedrebbero bene una attività in cui potere esprimere la propria creatività. E ciò indipendentemente dai percorsi formativi. Infatti, oltre la metà considera scarse le possibilità che l’Italia “offre a un giovane con la tua preparazione”. La classe sociale fa la differenza: il 90% di coloro che appartengono a una fascia bassa pensano che il Paese offra possibilità “scarse” o “limitate” relativamente alla propria preparazione. I giovani di fascia alta hanno un po’ più di fiducia: il 20% le ritiene “adeguate”.
Nella scala dei lavori all’ultimo posto delle preferenze figurano quelli in cui più comunemente le nuove generazioni trovano facili occasioni di impiego, ma evidentemente di bassa qualità. Pochissimi consiglierebbero ad un amico di fare il telefonista di call center (3.5%), l’operatore di fast food (4.2%), o il distributore di volantini (1.6%). Al limite, a parità di stipendio, meglio l’operatore ecologico che lavori di questo tipo.
La cosa preoccupante è che nessuno affronta la situazione con soluzioni innovative. Facile lamentarsi o cercare all’estero le soluzioni (spesso senza neppure avere le competenze adeguate); molto più difficile capire che al giorno d’oggi il lavoro occorre saperselo inventare. Come? Sfruttare una propria passione (che sopperisce alla mancanza delle competenze iniziali necessarie); capire dove sta andando il Mercato; quali saranno le esigenze del futuro; quali saranno i settori su cui puntare (in Italia e non solo e i target da approcciare. Sono informazioni che occorre saper reperire per scegliere la strada professionale da intraprendere. Cercare di seguire gli stessi sentieri di sempre ormai non basta più. Oggi occorre il coraggio di guardare oltre. Chi le spiega ai giovani d’oggi queste cose?

Se il Financial Times incorona Milano capitale delle Start-up in Italia, Roma si fa notare in negativo: solo lo 0,05% di developer (termine di origine inglese traducibile con: sviluppatore web) sull’intera popolazione della capitale, una percentuale minima anche rispetto allo 0,33% di Atene.

In un articolo pubblicato recentemente, il quotidiano inglese ha definito Milano il più grande hub per le imprese innovative. I motivi elencati sono: presenza di importanti Università (Bocconi offre un Master in Finance tra i primi 10 al mondo); disponibilità economica e finanziaria; normative più flessibili; capacità della città di fare imprenditoria.
Diverso e contrario il caso di Roma. A Parigi, classificata tra gli hub più energici per le start-up europee, la densità di sviluppatori nella popolazione sfiora la media di un developer ogni 100 abitanti: lo 0,61%, dietro solo alle più piccole Dublino (0,64%) e Stoccolma (0,65%). Roma solo lo 0,05% di developer sull’intera popolazione della capitale.
Milano vanta 802 start-up sulle 1.183 presenti in tutta la Regione, che equivalgono al 14,8% sulle 5.439 registrate in Italia. Un po’ meno del doppio di Roma che si ferma al secondo posto con 475 imprese innovative e quasi il triplo di Torino al terzo posto a quota 273. La parte del leone è fatta dal settore servizi: più di 600 start-up milanesi sono nel campo delle telecomunicazioni, dei software, della consulenza informatica e dell’assistenza sanitaria.
Milano è come Londra e New York. C’è lo stesso ecosistema, la stessa voglia di fare: i media sono sensibili al tema; i professionisti sono disposti ad ascoltare nuove proposte; gli imprenditori si moltiplicano (se si pensa che nel 2010 nessuno sapeva cosa fosse il venture capital, quel tipo di attività finanziaria rivolta al finanziamento di un’attività appena nata e dall’alto potenziale di sviluppo).
Milano ha potuto beneficiare delle competenze e della creatività di tanti giovani che invece di voler fare i dirigenti in un’azienda preferiscono essere imprenditori di qualcosa di proprio.
Un esempio: Fubles. I suoi soci di campi da calcio ne sanno parecchio. Sono loro ad aver ideato nel 2007 questa prima piattaforma di Social Sport Sharing italiana. “Quando sono arrivato a Milano da Lecce non sapevo dove poter giocare a calcio quindi con i miei amici ho pensato: perché non creare qualcosa che permetta di organizzare e gestire le partite risparmiando tempo?“.
Fubles è diventata una Srl, i soci hanno sentito che la città e gli investitori erano interessati a questa novità. Nel 2013 hanno ottenuto la prima tranche di investimenti da parte di alcuni brand. “All’epoca Comune di Milano e Camera di Commercio si sono dimostrati aperti nei nostri confronti. E i numeri attuali confermano questa disponibilità all’innovazione, perché i progetti crescono, la raccolta fondi aumenta, il ritorno economico si fa più interessante“.
Purtroppo le retribuzioni sono uno dei deficit che incrina il mercato italiano del tech. I developer italiani sono pagati una media di 35.000 dollari annui, contro i 47.213 dollari di Francia e 58.176 di Germania, per salire a picchi di 70.500 dollari di Regno Unito e 75.758 dollari di Danimarca. Uno standard che fa dell’Italia il terzultimo paese in Europa per attrattività delle retribuzioni, a pari merito con la Spagna e davanti solo a Grecia (24.805 dollari) e Portogallo (22.549). Non proprio un incentivo, se si considera che il 40% dei talenti del settore tecnologico lavora lontano dal suo Paese d’origine e tende a spostarsi a seconda delle offerte.
Quello che scontiamo ancora è l’incapacità di attirare professionisti dall’estero.
Dobbiamo andare oltre l’idea che siamo il fanalino di coda perché in fatto di start-up non è assolutamente vero.