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Ratio Mattino e Ratio Quotidiano Amedeo Grassotti

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 16553/2018, riconferma l’inapplicabilità della pratica, stante la preminenza dell’art. 2, c. 3 D.Lgs. 472/1997 sull’art. 21, c. 1 D.P.R. 602/1973.

La Corte di Cassazione, con ordinanza 22.06.2018, n. 16553, ha confermato la non applicazione degli interessi sulle somme, riguardanti le sanzioni tributarie, anche in caso di loro pagamento rateale.
Questo il fatto: l’agente della riscossione accoglieva la domanda di rateizzazione del contribuente di cartelle di pagamento, applicando tuttavia gli interessi anche alle somme relative a sanzioni. Il contribuente impugnava il provvedimento di rateizzazione, perché contrario all’art. 2, c. 3 D.Lgs. 472/1997, che così recita “la somma irrogata a titolo di sanzioni non produce interessi”. Il giudice di primo grado ha dichiarato inammissibile il ricorso, non ritenendo impugnabile il provvedimento di rateizzazione, poiché non previsto dall’art. 19 D.Lgs. 546/1992. Il giudice d’appello ha invece accolto le doglianze del contribuente, ritenendo pure ammissibile il ricorso, con un’interpretazione estensiva dell’art. 19 del decreto legislativo citato, riguardante gli atti impugnabili nel processo tributario.
La Corte di Cassazione, adita dall’Ufficio finanziario, ne ha respinto il ricorso. La Corte, pur ricordando che l’art. 21 D.P.R. 602/1973 prevede l’applicazione degli interessi al 6% sulle somme il cui pagamento è stato rateizzato o sospeso ex art. 19, c. 1 D.P.R. 602/1973, ne esclude l’applicazione per le somme riguardanti le sanzioni irrogate in forza dell’art. 2, c. 3 D.Lgs. 472/1997, che, come sopra visto, stabilisce che le somme irrogate a titolo di sanzioni non sono produttive di interessi. In caso di rateizzazione di queste somme, infatti, si deve applicare la disposizione che, in quanto “norma eccezionale prevale sulla regola generale in base al famoso brocardo latino “lex specialis derogat generali”; ne consegue che in caso di rateizzazione, sulle sanzioni non sono dovuti gli interessi di mora”.
L’Ufficio finanziario non ha investito la Corte di Cassazione con riguardo alla sua iniziale eccezione di inammissibilità del ricorso del contribuente, evidentemente rinunciando a contestare la pronuncia della C.T.R., che aveva dichiarato ammissibile il ricorso di primo grado, considerando impugnabile anche il provvedimento di rateizzazione, con evidente interpretazione estensiva dell’art. 19 del D.Lgs. 546/92, riguardante gli atti impugnabili nel processo tributario.
Tale interpretazione è coerente con l’art. 2, c. 1 del suddetto decreto legislativo, che prevede la giurisdizione tributaria per i tributi e dunque anche per i relativi accessori, quali gli interessi.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 7611/2018, ribadisce la legittimità dell’operazione anche con dichiarazione annuale omessa.

Si consolida l’orientamento della Corte di Cassazione in materia di detrazione comunque legittima del credito Iva, anche in assenza di dichiarazione annuale cui si riferisce la relativa eccedenza, come statuito dalla sentenza n. 7611/2018 che ha ritenuto detraibile nell’anno d’imposta 1999 (Unico 2000) il credito dell’Iva, benché maturato nel 1998 e cioè in un periodo d’imposta per il quale il contribuente non aveva presentato la dichiarazione annuale.
L’Ufficio finanziario non aveva riconosciuto questa detrazione, con la conseguente iscrizione a ruolo della somma non riconosciuta e pertanto da recuperare.
La Commissione tributaria regionale per la Sicilia aveva dato ragione all’Ufficio. Invece la Corte di Cassazione, con la pronuncia indicata, ha riconosciuto il diritto di detrazione dell’eccedenza dell’Iva, ancorché non oggetto della relativa dichiarazione annuale, in quanto omessa.
Questa pronuncia si inserisce nell’orientamento giurisprudenziale che trae origine dalla sentenza a Sezione Unite della Corte di Cassazione 8.09.2016, n. 17757, la quale, dirimendo un contrasto giurisprudenziale sulla questione qui in esame, ha statuito il seguente principio di diritto: “La neutralità dell’imposizione armonizzata sul valore aggiunto comporta che, pur in mancanza di dichiarazione annuale, l’eccedenza d’imposta – risultante da dichiarazioni periodiche e regolari versamenti per un anno e dedotta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto – sia riconosciuta dal giudice tributario se siano stati rispettati dal contribuente tutti i requisiti sostanziali per la detrazione; pertanto, in tal caso, il diritto di detrazione non può essere negato nel giudizio d’impugnazione della cartella emessa dal Fisco a seguito di controllo formale automatizzato, laddove, pur non avendo il contribuente presentato la dichiarazione annuale per il periodo di maturazione, sia dimostrato in concreto – ovvero non controverso – che si tratti di acquisti fatti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati a Iva e finalizzati a operazioni imponibili”.
Dunque la detraibilità del credito d’imposta, anche in assenza della dichiarazione relativa, è correlata al principio comunitario di neutralità di questo tributo, che non può essere derogato.