Produzione Editoriale

Ratio Mattino e Ratio Quotidiano Daniele Santi

Nelle banche questa voce viene chiamata in molti altri modi (per la messa a disposizione dei fondi, per disponibilità fondi, ecc.) ma per fondi si intende sempre fidi accordati e il significato è sempre lo stesso: un onere, una spesa sugli affidamenti a breve termine concessi dalla banca all’azienda.

La commissione è calcolata proporzionalmente all’importo e alla durata del fido concesso al cliente e non può superare lo 0,50% trimestrale dell’importo dell’affidamento (2% annuo). Trattandosi di una commissione sul fido accordato, è addebitata a prescindere dall’effettivo utilizzo del fido stesso.
Ecco un esempio: la banca ha concesso un fido per apertura di credito in conto corrente di 100.000 euro, applicando una commissione dello 0,50% trimestrale. Al primo estratto conto trimestrale, saranno addebitati 500 euro di commissioni sull’accordato (0,5% su 100.000 euro) e questo anche se l’azienda è stata sempre con saldo a credito per tutto il trimestre, quindi non ha mai utilizzato gli affidamenti. E così, saranno addebitati 500 euro per ogni trimestre successivo, se non cambia l’importo del fido accordato. Se aumenta o diminuisce il fido accordato, aumenta e diminuisce anche la commissione.
Adesso che si è capito come viene calcolata questa commissione, cerchiamo di capire come cercare di limitarla. Ci sono due aspetti si cui lavorare:
– la percentuale: infatti lo 0,50% trimestrale è la misura massima permessa e quindi si può negoziare una percentuale inferiore, anche molto inferiore, con la banca;
– l’altro aspetto su cui puoi lavorare è questo: la commissione può essere differenziata, cioè può avere percentuali diverse, a seconda della tipologia di affidamento (fido apertura di credito in conto corrente, per smobilizzo di crediti commerciali, ecc.).
Qui naturalmente dipende molto dall’importo del fido accordato all’azienda e dalla forza contrattuale ma, per esperienza, è abbastanza facile dimezzarla, portandola allo 0,25% trimestrale; in alcuni casi è possibile ottenere percentuali ancora più basse, con una soglia dello 0,10% sul fido per apertura di credito in conto corrente e dello 0,05% sui fidi per smobilizzo crediti, meno rischiosi per la banca (10 volte più bassa dalla commissione massima che è appunto lo 0,50).
Un’altra riflessione che si deve fare è sulla quantità di fidi concessi all’azienda. Molto spesso le aziende hanno affidamenti in più banche e certe volte per importi ben superiori a quelli necessari, per evitare di ritrovarsi nel momento del bisogno con poca riserva di liquidità. Questa politica, viste le continue restrizioni sul credito messe in atto dalle banche, è stata a suo modo utile e ha permesso a certe aziende di ottenere anche condizioni migliori, giocando sulla possibilità di “scegliere” con quale banca lavorare, cercando le condizioni migliori. Adesso, però, a causa di questa costosa “commissione sull’accordato”, se non si trova una giusta mediazione con la banca sulla percentuale da applicare agli affidamenti concessi all’azienda, avere fidi e non utilizzarli costa e non costa poco.
È quindi necessario:
pianificare le esigenze finanziarie, magari insieme al commercialista o al consulente;
– quantificare una giusta proporzione tra l’importo dei fidi accordati e le esigenze di cassa;
– soprattutto, parlare con chi in banca segue o dovrebbe seguire l’azienda e chiedere di diminuire il più possibile questa commissione.

Di cosa si tratta, come funziona e perché questo strumento è così tanto utilizzato dalle aziende.

La mancanza di contemporaneità, di coincidenza, tra incassi da clienti e pagamenti a fornitori, piuttosto che i ritardi nella riscossione dei crediti o il ritorno di insoluti, potrebbe mettere in difficoltà l’azienda: ecco perché si ha necessità di ottenere affidamenti dalla banca e uno dei più utilizzati è, appunto, l’apertura di credito in conto corrente. Nel nostro Paese, in particolare, c’è la cattiva abitudine di pagare le scadenze commerciali in ritardo, ma senza dubbio il peggior pagatore è proprio la Pubblica Amministrazione, certe volte in ritardo di anni nel pagamento dei propri debiti verso i fornitori; tutto questo porta le imprese ad avere gravi problemi di liquidità.
L’apertura di credito in conto corrente, detta anche “fido di cassa” o “scoperto di cc” o “apertura di credito in cc per elasticità di cassa”, ha come obiettivo, appunto, quello di aiutare l’azienda a superare le “momentanee”, temporanee, crisi di liquidità.
In altre parole, con l’apertura di credito in conto corrente, la banca dà la possibilità all’azienda di prelevare più di quanto versato, andando a debito (andando “in rosso”, come si dice) sul conto corrente, e permette, quindi, di avere una riserva di denaro per far fronte agli impegni improvvisi, ma sempre entro i limiti del fido accordato.
La banca, quindi, fissa un importo massimo che si può spendere, detto fido (o affidamento) e si può decidere se utilizzare (o non utilizzare), quando si vuole e in quante volte si vuole, tutta la liquidità necessaria all’azienda, ma, ripeto, sempre entro il limite massimo del fido concesso.
Attenzione: questa è senz’altro la linea di credito più utilizzata dalle imprese italiane, ma anche la più costosa per l’azienda.
Quasi sempre, questa linea di fido ha i tassi debitori più alti di tutte le altre forme di finanziamento, perché la banca la considera una delle linee di fido più rischiose, essendo di fatto un fido che permette all’impresa una totale libertà di utilizzo e di rimborso, perché, in pratica, è un fido in bianco.
Quindi, il consiglio che si può dare è di limitare l’importo dell’affidamento alle vere necessità e di utilizzare questa linea di fido veramente per momentanee esigenze di liquidità, come, per esempio, nel caso di ritardi nei pagamenti dei clienti, nei periodi in cui si ha una concentrazione di scadenze nei confronti dei fornitori, quando si ha necessità di liquidità per chiudere un affare importante o per far fronte al ritorno di insoluti di clienti. Non si deve mai fare l’errore di utilizzarla per finanziare acquisti di macchinari, impianti, automezzi o altri acquisti per i quali è previsto un affidamento a medio lungo termine, linea di fido a più ampio respiro e di solito anche a costi più bassi.
Si cerchi, inoltre, di fare un utilizzo più elastico possibile dell’apertura di credito in conto corrente, ovvero con alternanza di versamenti e prelevamenti, e sempre entro i limiti del fido concesso.
Questa linea di fido, proprio perché più rischiosa per la banca, è quasi sempre “a revoca”, ovvero, se ne si fa un utilizzo scorretto, la banca, in qualsiasi momento, può chiedere il versamento di tutto lo scoperto, cioè dell’importo utilizzato, speso, fino a quel momento, e chiudere la linea di fido, mettendo così in crisi l’azienda.

Quando si tratta di decidere l’importo delle rate e la durata di un’operazione che ci impegnerà anni e anni, non è possibile confondere il proprio interesse con quello della banca.

Per molti, l’acquisto della casa è il coronamento di un sogno, ma è anche un momento importante e delicato, perché molto spesso coincide con l’accensione di un mutuo che ci impegnerà per i prossimi 20/30 anni.
La prima regola è una regola di buon senso – Se puoi contare solo sui redditi della tua famiglia, fare un mutuo per comprare la casa non ti deve mettere in una situazione di indebitamento eccessivo, tanto da non farti dormire la notte e impedirti di continuare a vivere la tua vita con sufficiente serenità, dal punto di vista finanziario. Per capire come, ti devi porre almeno queste tre domande.
Prima domanda – Qual è l’importo massimo che posso togliere dal reddito familiare e continuare a essere sufficientemente tranquillo finanziariamente?
Esempio: hai un reddito familiare mensile netto di 2.200 euro e decidi che puoi dedicare fino a 800 euro per la rata mensile del mutuo.
Seconda domanda – Quanto ti serve? Qual è la somma di cui hai bisogno per integrare l’acquisto della casa? Esempio: la casa ti costa 200.000 euro e hai bisogno di 150.000 euro.
Terza ed ultima domanda – Con 800 euro a disposizione tutti i mesi, la banca mi può dare 150.000 euro?
La risposta a quest’ultima domanda dipende da due fattori: il tasso di interesse del mutuo, su cui puoi fare una ricerca per trovare la banca che ti fa il tasso più basso; e la durata del mutuo. Naturalmente, più è lunga la durata del mutuo e più bassa sarà la rata.
Primo Tabù, assolutamente da sfatare, da demolire – Se per raggiungere il tuo obiettivo e avere una rata “sopportabile” devi allungare la durata del mutuo, non ti preoccupare: fallo. Non commettere l’errore che fanno quasi tutti: la durata non è un problema. Lascia che sia un problema per la banca.
È preferibile, per la tua tranquillità, avere una rata più contenuta nonostante aumenti la durata del mutuo anche perché, oggi, la normativa ti permette, in qualsiasi momento, di diminuire il tuo debito con versamenti piccoli o grandi o anche di estinguere prima della scadenza tutto il debito e senza nessuna penale, cioè senza nessuna spesa aggiuntiva, cosa che prima non era possibile. Insisto su questo perché, per esperienza, è l’errore più comune: alla maggior parte delle persone fa paura la durata del mutuo e per questo motivo cercano di farlo più corto possibile ma, con questa scelta, molto spesso si mettono in una situazione di difficoltà e quindi perdono la serenità personale e quella della famiglia. Credetemi, questo è molto, molto importante.
Ma bisogna ancora rispondere alla terza domanda: con 800 euro a disposizione tutti i mesi, la banca mi può dare 150.000 euro?
Nell’esempio di prima, con 800 euro, ai tassi attuali (2,50%, per esempio, ma i tassi attuali di mercato sono anche più bassi), puoi scegliere se prendere un mutuo a:
20 anni con una rata mensile di 794,85 euro;
25 anni con una rata mensile di 672,93 euro;
30 anni con una rata mensile di 592,68 euro.
Trovando una banca che me lo fa, io lo farei a 30 anni, in caso contrario lo farei a 25 anni, magari anche chiedendo 5/10.000 euro in più, giusto per non avere pensieri, anche perché oltre al prezzo di acquisto ci sono molte altre spese da aggiungere, come le imposte, la notula del notaio, la perizia, le spese di istruttoria, il costo della polizza incendio, ecc.

Come si calcola il tasso soglia, tasso oltre il quale si sconfina nel tasso usura, punito penalmente.

La Banca d’Italia, per conto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, rileva e individua il Tasso effettivo globale medio (TEGM) degli interessi praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari, nel corso del trimestre precedente, per operazioni della stessa natura.
Questo tasso viene chiamato Tasso effettivo globale medio, perché nel calcolo del tasso è compresa ogni altra commissione percepita dalla banca, come, per esempio, la commissione sul fido accordato e la commissione di istruttoria veloce.
Come si arriva al tasso soglia?
I tassi effettivi globali medi rilevati dalla Banca d’Italia, aumentati di 1/4, ovvero del 25%, + 4 punti percentuali, costituiscono il livello massimo, detto tasso soglia, oltre il quale si configura il reato di usura. Inoltre, la differenza tra il tasso soglia ed il TEGM non può essere superiore a 8 punti percentuali.
Questi tassi sono rilevati sul trimestre precedente e hanno validità per il trimestre successivo.
Ed ecco come si arriva al tasso soglia, per esempio su un fido di apertura di credito in conto corrente di importo superiore a 5.000 euro. Se, come in questo caso, il tasso effettivo globale medio rilevato dalla Banca d’Italia, nel trimestre aprile/giugno 2014, sugli affidamenti per apertura di credito in conto corrente di importo superiore a 5.000 euro è del 10,20%, il tasso soglia, oltre il quale siamo in tasso usura, è del 16,75% e ha validità per il trimestre luglio/settembre 2014.
Come si arriva a questo 16,75%? 10,20% + 1/4 di 10,20 (2,55%) è uguale a 12,75% + 4 punti percentuali si arriva al 16,75%.
Chiunque percepisca un tasso superiore al 16,75%, sta praticando un tasso usuraio, con riflessi sia civili che penali.
Quindi, il tasso soglia rappresenta il tasso di interesse massimo che gli istituti di credito o gli intermediari finanziari possono applicare sulle diverse tipologie di affidamento.
Attenzione!! Se si verifica la condizione nella quale il tasso praticato dalla banca è oltre il tasso soglia indicato trimestralmente esso è definito “tasso usurario” e la sanzione per la banca è pesante; infatti, il contratto è considerato nullo e la banca deve restituire tutti gli interessi pagati: quindi, non solo non le dobbiamo pagare il tasso usurario, ma nemmeno viene applicato alcun tasso sostitutivo inferiore.
La sentenza della Corte di Cassazione n. 350/2013, infatti, ha riconosciuto che, in caso di interessi usurai su mutui, leasing e finanziamenti, è possibile recuperare integralmente gli interessi pagati, con un provvedimento a favore dei clienti delle banche.
Quindi, nel caso di tassi che vanno oltre la soglia prevista si può chiedere l’annullamento del contratto e farsi restituire dalla banca tutti gli interessi pagati fino a quel momento sul finanziamento e, per esempio, se si tratta di un mutuo le somme possono essere davvero importanti.
Attenzione perché la regola di non superare i tassi soglia vale anche nel caso in cui si hanno sconfinamenti, ovvero si utilizza più dell’affidamento concesso, e la banca applica un tasso più alto, detto tasso di sconfinamento: anche questo tasso, che di solito è molto più alto del tasso ordinario che si ha sul fido, non può mai essere sopra il tasso soglia.
Anche nel caso in cui si verifichino ritardi nel pagamento delle rate del mutuo e la banca applichi un tasso maggiore, detto tasso di mora, il tasso applicato non può essere sopra al tasso soglia.

Devi fare un investimento e non sai se finanziarti con un mutuo ipotecario o con un leasing immobiliare? Vediamo, insieme, quali sono i vantaggi finanziari, operativi e fiscali del leasing immobiliare rispetto al mutuo ipotecario.

Un contratto di leasing offre alla tua azienda interessanti vantaggi, sia dal punto di vista finanziario, che operativo e fiscale. Quali sono i vantaggi finanziari?
Il leasing consente di finanziare il costo del bene per intero (IVA compresa) e, quindi, consente di poter disporre del bene, senza immobilizzare la somma di denaro necessaria per acquistarlo. Non incide sulla capacità di credito dell’azienda perché non rientra tra i finanziamenti bancari, anche se la Centrale Rischi li riporta nei fidi a scadenza, insieme ai mutui.
Permette di disporre del bene, anticipando una cifra molto più piccola, di solito non più del 15%, mentre il mutuo ipotecario almeno il 50%.
Permette di frazionare l’Iva per la durata dei canoni previsti, col mutuo la paghi tutta subito.
Ed i vantaggi operativi?
Rispetto al mutuo bancario, il leasing ha tempi di istruttoria più veloci, quindi consente all’impresa di ottenere il finanziamento in tempi molto più rapidi, permette di ottenere uno sconto maggiore sul prezzo di acquisto dal fornitore, perché la società di leasing paga subito il fornitore.
È un servizio estremamente flessibile che può essere “tagliato“, personalizzato sulle diverse esigenze, in termini di durata del contratto, periodicità dei canoni (delle rate), importo dell’anticipo e valore finale di riscatto.
Consente all’azienda di accedere con tempistiche veloci alle principali leggi agevolate, quando e se presenti.
Inoltre, dato che il bene resta di proprietà della società di leasing fino al riscatto, non compare nel bilancio dell’azienda fra le immobilizzazioni, fino al momento in cui farai il riscatto, non andando così ad incidere sull’indice di bilancio che misura l’equilibrio patrimoniale dell’azienda.
E infine vediamo quali sono i vantaggi fiscali.
I canoni di leasing sono deducibili, sia per la quota capitale che per la quota interessi, quando il bene è strumentale all’attività svolta dall’impresa; inoltre, col leasing è possibile ammortizzare il bene in un periodo di anni inferiore rispetto alla normativa civilistico-fiscale, anticipando quindi la deduzione fiscale e pagando di conseguenza meno tasse.
Per esempio, per i contratti stipulati dal 1.01.2014, per un immobile acquisito tramite leasing è possibile ammortizzare il costo in 12 anni, mentre lo stesso immobile acquisito con un mutuo ipotecario, si ammortizza in 25/33 anni.
Fra l’altro, la durata del leasing non è più importante, ai fini fiscali, e, a prescindere dalla durata contrattuale prevista, la deducibilità dei canoni, sempre dal 1.01.2014, è pari alla metà del periodo di normale ammortamento fiscale, per i beni strumentali e, come detto prima, minimo 12 anni per la deducibilità dei canoni relativi a beni immobili.
Per esempio, l’acquisto, tramite società di leasing, di una attrezzatura o un impianto che prevede un ammortamento, secondo la normativa civilistico-fiscale, di 7 anni (84 mesi), è ammortizzabile in 42 mesi, 3 anni e mezzo, appunto la metà di 84.
Per il professionista che stipula un contratto di leasing immobiliare su un immobile ad uso promiscuo (ovvero ci abita e ci svolge la professione), i canoni del leasing sono deducibili al 50%, sempre con un minimo di 12 anni.

Da qualche anno è possibile ottenere una specifica attestazione denominata Rating di Legalità, la cui attribuzione rappresenta il presupposto per beneficiare di migliori condizioni di accesso al credito bancario. Il compito di assegnare questo Rating alle Imprese è attribuito all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM).

È uno strumento innovativo che premia le aziende che operano secondo i principi della legalità, della trasparenza e della responsabilità sociale.
Si richiede gratuitamente all’AGCM mediante la compilazione di un apposito formulario autocertificato.
Prevede tre livelli di adesione: da un minimo di una stelletta ad un massimo di tre stellette.
Permette di ottenere vantaggi sia nei rapporti con gli Istituti di Credito che con le Pubbliche Amministrazioni.
Ci sono dei parametri per assegnare una, due o tre stelle.
Una stella: non bisogna essere destinatari di misure di prevenzione e/o cautelari, sentenze/decreti penali di condanna, sentenze di patteggiamento, per una serie definita di reati penali e tributari, ci sono regole particolarmente stringenti per i reati antimafia, norme apposite per illeciti antitrust e procedimenti amministrativi. Infine, i pagamenti e le transazioni sopra i 3.000 euro devono essere effettuati solo con strumenti di pagamento tracciabili.
Due e tre stellette: è necessario che vengano rispettati altri 6 requisiti dei 7 previsti, che sono:
• rispettare i contenuti del Protocollo di legalità sottoscritto dal Ministero dell’Interno e da Confindustria, delle linee guida che ne costituiscono attuazione, del Protocollo sottoscritto dal Ministero dell’Interno e dalla Lega delle Cooperative e, a livello locale, dalle Prefetture e dalle associazioni di categoria;
• utilizzare sistemi di tracciabilità dei pagamenti anche per importi inferiori rispetto a quelli fissati dalla legge;
• adottare una struttura organizzativa che effettui il controllo di conformità delle attività aziendali a disposizioni normative applicabili all’impresa o un modello organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001;
• adottare processi per garantire forme di Corporate Social Responsibility;
• essere iscritte in uno degli elenchi di fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativi di infiltrazione mafiosa;
• avere aderito a codici etici di autoregolamentazione adottati dalle associazioni di categoria;
• aver adottato modelli organizzativi di prevenzione e di contrasto alla corruzione.
Possono richiedere il Rating di Legalità le imprese, anche ditte individuali, che hanno i seguenti requisiti:
• sede operativa in Italia;
• sono iscritte da almeno 2 anni nel Registro delle Imprese;
• hanno raggiunto un fatturato minimo di 2 milioni di euro.
Inoltre, il Rating assegnato avrà una durata massima di 2 anni ed è rinnovabile su richiesta.
Che vantaggi può offrire?
Può offrire dei vantaggi nell’accesso al credito bancario riguardo alla riduzione dei tempi e dei costi, sia nella fase di concessione sianella fase di utilizzo del credito; anche se per la banca non è vincolante; può inoltre offrire vantaggi in termini di concessione di finanziamenti pubblici.
Le banche che omettono di tener conto, in sede di concessione dei finanziamenti alle imprese, del Rating di legalità, sono tenute a trasmettere alla Banca d’Italia una dettagliata relazione sulle ragioni della decisione presa.
Alla data del 27.03.2017 sono ben 3.216 le imprese che in Italia hanno richiesto ed ottenuto il Rating di Legalità.