Produzione Editoriale

Ratio Mattino e Ratio Quotidiano Simone Rastelli

L’impatto delle ICT sull’economia impone di superare il modello di Porter in cui l’obiettivo strategico delle imprese è acquisire vantaggi competitivi nei confronti dei concorrenti, a favore di una visione dove le imprese mirano invece a ridefinire il proprio modello di business per evitare la concorrenza e operare in segmenti con più profitto.

La strategia negli anni ’50 e ’60 era intesa come piano da seguire nel lungo termine, con una crescita delle economie costante, competizione contenuta e tasso di innovazione modesto. Negli anni ’70 e ’80, dopo i primi shock petroliferi, viene preso atto che l’ambiente è discontinuo e le condizioni di mercato possono cambiare velocemente. Si afferma il concetto di visione strategica sulla base di segnali deboli e forti che emergono di volta in volta dal mercato.
Negli anni ’90 con la crescente tensione competitiva la strategia è rappresentata invece come dominanza: la capacità di possedere punti di forza duraturi nel tempo che consentano di vincere la concorrenza in un dato settore, ottenendo così extraprofitti. Porter identifica 3 strategie: leadership di costo, leadership su fattori differenziali apprezzati dalla clientela e strategia di nicchia, dove le dimensioni ridotte del mercato limitano i concorrenti.
La digitalizzazione dei processi impone oggi un nuovo approccio definito ricostruzionalista: gli imprenditori devono essere capaci di immaginare costantemente scenari diversi, in cui i confini del mercato non sono più elementi dati, ma costantemente ripensati in nuovi modelli di business. Si tratta di recuperare il pensiero di Schumpeter, dell’imprenditore creativo e della distruzione innovativa.
Le ICT costituiscono tecnologie per molti aspetti devastanti (Disruption) capaci di mettere a repentaglio imprese consolidate. Consentono infatti nuove formule imprenditoriali caratterizzate da offerte che hanno il vantaggio di essere migliori e più economiche delle precedenti, con prodotti e servizi in grado di competere simultaneamente sui prezzi, le prestazioni e il livello di segmentazione.
Un esempio per tutti è l’adozione prossima della fattura elettronica che permetterà di fornire servizi di contabilità a costi bassi, con qualità migliore e offerte personalizzate. È possibile immaginare uno scenario in cui le contabilità siano tenute gratuitamente, per veicolare consulenze a più alto valore aggiunto, con uno stravolgimento delle dinamiche concorrenziali.
In questo contesto l’approccio strutturalista di ricerca di fattori di competitivi a difesa del proprio business, appare per molti aspetti perdente. Le imprese vengono a trovarsi strette in una morsa, dove i nuovi player erodono velocemente quote di mercato, mentre chi opera da tempo cercherà di difendere le proprie quote a tutti i costi. Uno scontro aspro che genera un “oceano rosso” dove è inevitabile la caduta di marginalità per chi non inventa un diverso modo di fare impresa.
In realtà il cambiamento rappresenta anche un’opportunità. Si possono dar vita a nuovi “oceani blu”, costituiti da uno spazio di mercato incontestato, dalla creazione di domanda in crescita e da prezzi redditizi. Spesso ciò è possibile proprio partendo dagli oceani rossi in cui si naviga ridefinendone i loro confini e i modelli di business adottati. Non è certamente facile, ma rispondere a una di queste 4 domande costituisce un primo approccio metodologico. Quali fattori dell’offerta potremmo ridurre profondamente rispetto allo standard di settore? Quali servizi fino a oggi non sono stati offerti o pensati per la clientela del settore? Quali fattori dell’offerta potremmo significativamente incrementare rispetto allo standard di settore? Quali fattori ritenuti imprescindibili rispetto allo standard di settore potrebbero essere abbandonati?

L’articolo cerca di spiegare come l’introduzione del procedimento digitale nel nuovo formato XML determini un incremento di competizione per i commercialisti, con un’inevitabile caduta dei profitti collegati alla gestione delle contabilità.

La legge di Bilancio 2018 ha introdotto l’obbligo di fatturazione elettronica per tutti i soggetti IVA a decorrere dal 1.01.2019. In realtà, la fatturazione in formato elettronico esisteva da tempo, potendosi inviare le fatture in formato pdf.
L’aspetto fortemente innovativo sta nell’aver adottato un formato eXtensible Mark Language, in sigla XML. Un documento dove numeri e testi sono metadati, risultando arricchiti del loro significato intrinseco ovvero di cosa rappresentano. In questa logica, per esempio, nel file l’imponibile Iva è etichettato come l’importo su cui calcolare l’Iva. Non è un semplice numero tra molti, come risulta invece in un documento pdf.
Si tratta di una rivoluzione tecnologica che consentirà ai gestionali di contabilizzare in modo automatico le fatture, semplicemente leggendo i tag che identificano le informazioni contenute nell’XML senza dover interpretare il documento come avviene oggi con i programmi di acquisizione dati (OCR) tramite scanner.
Per gli studi commerciali rappresenta una tecnologia che potremmo definire di “Big Bang disruption”, capace in tempi brevi di destabilizzare l’intero settore, lasciando gli operatori della supply chain prima frastornati e poi devastati. Nessuno speri che questi processi avvengano lentamente. Una tecnologia che promette un servizio migliore, estremante personalizzato, a un costo decisamente inferiore, ha inevitabilmente curve di adozione quasi verticali.
Il ruolo del commercialista in questo contesto non viene meno. Le fatture registrate andranno controllate nell’aspetto fiscale. La loro emissione continuerà a richiedere competenze professionali specifiche. Anzi, si potrebbe affermare che i commercialisti siano i veri beneficiari di questa innovazione, potendo informatizzare i propri processi. La verità purtroppo è un’altra.
L’introduzione di sistemi automatizzati di registrazione incrementerà la forza contrattuale dei clienti a discapito della marginalità degli studi. La maggiore efficienza produttiva moltiplicherà in un tempo breve il numero dei commercialisti o meglio la loro capacità di offrire servizi. Come noto, una maggiore quantità di prodotto determina una caduta del prezzo offerto. È ipotizzabile che tra il 30% ed il 50% degli addetti risulteranno sottoimpiegati. La loro uscita dal settore non sarà facile, dati i rapporti personali e fiduciari che caratterizzano le relazioni negli studi, senza considerare la paura di perdere quote della propria clientela, insieme agli addetti licenziati. La conseguenza diretta sarà un inasprimento della concorrenza tra professionisti, spinta dalle economie di scala e di apprendimento che consentiranno a pochi addetti di tenere un gran numero di clienti, con minimi costi aggiuntivi per la gestione di una nuove contabilità.
Il classico approccio di fornire servizi contabili di qualità o concorrenziali nel prezzo rischia pertanto di essere velocemente spazzata. Non è difficile immaginare un flusso informativo, dove il cliente riceve una fattura in XML, la controlla nel merito e la registra con una semplice importazione in contabilità nel programma dello studio che, nel frattempo, è stato portato su cloud.
Occorrerà elaborare quindi nuove strategie per definire modelli di business che, basandosi sulle tecnologie informatiche, implementino soluzioni operative dove, a fronte di un progressivo spostamento delle fasi di contabilizzazione dal commercialista al cliente, cresca la componente di consulenza e di assistenza aziendale e manageriale.

Le norme di riferimento del codice civile e le disposizioni dell’Organismo Italiano Contabilità che ha ridefinito le istruzioni operative per la redazione.

Il nuovo art. 2423, c. 1 C.C. ha introdotto l’obbligo del rendiconto finanziario. La disposizione si applica alle imprese che redigono il bilancio nella forma estesa. Restano escluse le micro imprese e le imprese minori che possono redigere il bilancio in forma abbreviata.
L’art. 2425-ter C.C. definisce, invece, il perimetro dell’informazione assicurata. Il documento deve evidenziare, per l’esercizio cui è riferito il bilancio e per il precedente, l’ammontare e la composizione delle disponibilità liquide e dei flussi finanziari che hanno concorso a determinarla, derivanti dall’attività operativa, da quella d’investimento, da quella di finanziamento, ivi comprese, con autonoma indicazione, le operazioni con i soci.
Il legislatore ha peraltro espressamente disposto con l’art. 2423 C.C. che il bilancio sia costituito dallo stato patrimoniale, dal conto economico, dal rendiconto finanziario e dalla nota integrativa.
La scelta ha conseguenze giuridiche e operative. Un rendiconto con dati falsi o errati potrebbe comportare le responsabilità connesse con il falso in bilancio. È richiesta inoltre la dignità di un documento autonomo, in modo da assicurare al lettore un’informazione immediata ritenuta centrale per la comprensione degli andamenti della gestione dell’impresa. Non può pertanto costituire un semplice paragrafo della nota integrativa.
L’Organismo Italiano di Contabilità (OIC), a seguito della modifica al Codice Civile, ha aggiornato il Documento n. 10 che fornisce indicazioni operative sulla redazione del rendiconto finanziario. Come noto, l’OIC è l’ente demandato per legge a indicare le norme tecnico-contabili che interpretano e completano la disciplina legale dei bilanci.
Lo schema di rendiconto finanziario proposto dall’OIC suddivide i flussi di gestione in tre macro aree: A) area operativa; B) area investimenti; C) area finanziamenti. Per differenza è infine determinata la variazione di cassa.
Le voci di bilancio sono imputate a queste tre aree sulla base del principio della pertinenza economica, per cui si fa riferimento a un capitale circolante netto di tipo operativo, costituito da tutte le partite patrimoniali direttamente connesse con la gestione reddituale. La liquidabilità delle poste entro e oltre 12 mesi non ha alcuna rilevanza nella suddivisione delle voci. Ne consegue che il pagamento dilazionato nel medio termine di una fornitura costituisce una voce del circolante, mentre un credito da incassare a pronti per un disinvestimento verrà contabilizzato a deconto dei flussi generati dall’attività d’investimento.
Il prospetto proposto ha la particolarità di ricomprendere nell’area finanziamenti anche gli indebitamenti a breve termine, per cui il rendiconto chiude con la variazione della sola cassa intesa come disponibilità dell’impresa. Avrebbe invece costituito un’informazione più significativa, come avviene in molti prospetti elaborati dalla prassi aziendale, considerare un aggregato di cassa assimilato alla posizione finanziaria di tesoreria, ottenuta sommando le giacenze di cassa, di banca e le riserve di liquidità in titoli prontamente monetizzabili, meno i debiti per scoperto di conto corrente e gli altri debiti finanziari a breve. Ciò avrebbe consentito di evidenziare meglio la variazione della situazione di tesoreria da un anno all’altro. La cassa, invece, in questo prospetto finisce per rappresentare solo un’entità concettuale residuale, in cui sono riepilogati i flussi generati dalle diverse aree.

L’articolo spiega come richiedere una centrale di rischi a Banca d’Italia e quale impatto abbiano le sue segnalazioni sul merito creditizio.

Un’impresa deve valutare costantemente la qualità del rapporto tenuto con il sistema bancario. Un suo peggioramento rischia di avviare un pericoloso circolo vizioso che può portare al dissesto economico.
In questo contesto il costante riscontro della centrale dei rischi costituisce un’accortezza per la gestione della tesoreria e una verifica necessaria per definire la concreta possibilità di ottenere un prestito. Tramite questo documento è, infatti, possibile determinare, per ogni banca, l’esposizione, gli affidamenti concessi, le garanzie attive e passive assunte, ma soprattutto eventuali pregiudiziali dovuti ad una cattiva gestione del rapporto.
L’impresa può ottenere la propria centrale dei rischi da Banca d’Italia tramite un modello, reperibile all’indirizzo https://www.bancaditalia.it/servizi-cittadino/servizi/accesso-cr/index.html, che viene trasmesso via PEC, con allegato il documento d’identità. La centrale dei rischi può essere richiesta per i 12 mesi precedenti, ma anche per gli anni addietro a partire dal 1995 ed eventualmente, con motivazione, dal 1989. Di norma la Banca d’Italia risponde in una settimana sempre tramite posta elettronica.
Mensilmente il sistema bancario invia un flusso di dati che fotografa lo stato degli affidamenti, per tutte le posizioni con un indebitamento superiore a 30.000, evidenziandone le regolarità o le anomalie.
Le banche vedono una centrale rischi unitaria, diversa da quella richiesta dal cliente, con gli affidamenti riepilogati per tipologia. Per motivi di concorrenza, non vedono le posizioni di rischio assunto dalle altre banche.
Segnalazioni negative emerse dall’interrogazione hanno un impatto determinante nella valutazione del merito creditizio.
Gli sconfinamenti su affidamenti a breve termine come anticipi fatture, scoperti di conto corrente e altro, sono tollerati dal sistema bancario in quanto spesso trovano giustificazione in situazioni fisiologiche: sfasamenti per valuta, ritardi negli incassi di fatture, rinnovo dei fidi a breve, ecc.
Gli sconfinamenti su debiti a scadenza, tipicamente rate non pagate di un prestito, rappresentano invece una pregiudiziale forte, che rende difficilmente assistibile l’impresa. In questi casi viene richiesto di sistemare la posizione e di attendere la successiva centrale dei rischi regolare.
Nella logica bancaria, il mancato pagamento di una rata viene interpretato come un evidente segno della incapacità di far fronte ai propri impegni. Se l’operazione venisse comunque concessa nonostante la segnalazione e dovesse passare a contenzioso, l’organo deliberante difficilmente riuscirebbe a giustificarsi di fronte all’audit sul perché sia stato affidato un cliente che dimostrava già una difficoltà finanziaria.
Infine una segnalazione di “past due”, credito scaduto o sconfinato da oltre 90 giorni, costituisce la prima segnalazione di insolvenza. Nessuna banca concederà all’impresa un nuovo finanziamento. È possibile che le banche continuino ad assistere l’impresa nel limite di quanto concesso, se i fondamentali rimangono buoni. Tuttavia, in sede di revisione, ogni banca cercherà di alleggerire la propria posizione, valutando una adeguata riduzione del fido.
In questa situazione l’impresa deve sistemare senza indugio lo sconfinamento. Il suo perdurare anche per breve periodo è destinato a compromettere irrevocabilmente i rapporti con i partner finanziari.

L’articolo evidenzia come internet costituisca un complesso sistema di relazioni sociali che, trovando nella piattaforma elettronica il loro supporto, dà vita a uno spazio relazionale online destinato a impattare in modo dirompente su come le imprese organizzano la loro catena del valore aggiunto e competono nella propria area di affari.

Internet o più correttamente le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT – Information and Communications Technology) hanno dato vita in rete a un nuovo spazio di relazioni, definibile come “spazio on-line”, integrato e complementare al nostro spazio quotidiano “spazio off-line”. Uno spazio altamente fruibile in ogni luogo e in ogni tempo ed esponenzialmente pervasivo perché destinato a supportare una moltitudine di attività e di azioni umane, fino ad oggi svolte off-line.
Lo spazio di rete non è qualcosa né di astratto né di parallelo, ma è parte dello stesso ambiente reale dell’uomo. È strumentale all’attività quotidiana come la ruota, il motore a scoppio, la luce. La differenza è che questi ultimi strumenti erano finalizzati a migliorare le prestazioni fisiche o le condizioni ambientali in cui l’uomo viveva. La rete, invece, ha la capacità di favorire le relazioni e la diffusione dell’informazione e della conoscenza tramite l’attività relazionale e intellettuale.
Ne deriva un forte impatto sulla formula imprenditoriale adottata dalle imprese che, di massima, fino ad oggi ha previsto un controllo di tipo gerarchico sulla catena di produzione del valore aggiunto. In futuro per competere con successo sarà necessario invece dare vita a reti di valore, dove i diversi attori della supply chain possano co-progettare le prestazioni di ciascuno in funzione delle esigenze e delle capacità degli altri.
L’abbattimento delle asimmetrie informative da un lato e la forte disintermediazione assicurata dalla rete dall’altro sono due tra i molteplici effetti di questo cambiamento.
Il comparto del commercio sta perdendo quote di redditività a favore dei consumatori grazie alla facilità con cui questi ultimi sono ora in grado di valutare la convenienza dei prezzi e la qualità dei prodotti offerti con semplici ricerche su Internet. Un tempo il venditore definiva il prezzo in funzione della potenzialità reddituale del compratore. Oggi il prezzo lo decide il cliente.
La conoscenza diffusa apre, al contempo, opportunità insperate. La grande massa di informazioni disponibili consente di segmentare la clientela con offerte mirate alle sue esigenze, grazie ad una attenta profilazione, a fronte di costi sempre più contenuti per raggiungerla o farsi trovare.
Un impatto altrettanto forte è atteso sui modelli di distribuzione incentrati sulla figura dell’agente. La sua funzione era centrale nell’ambito della vendita perché aiutava il compratore a scegliere il prodotto giusto, acquisiva materialmente l’ordine e assicurava l’incassando i pagamenti.
Lo sviluppo della rete rende queste funzioni superate. I clienti hanno canali con cui informarsi sui prodotti, grazie all’esperienza condivisa dagli utenti. Le imprese più organizzate oramai acquisiscono ordini solo telematici per migliorare la gestione documentale. Addirittura è il cliente che inserisce i dati per la fatturazione e procede al pagamento online.
Nella “net economy”, dove la conoscenza è diffusa e i clienti e i fornitori partecipano attivamente alla costruzione del valore aggiunto, i modelli di business storici possono essere riprogettati con nuove logiche. La conoscenza e le tecnologie, di facile accesso, consentono di ottenere risparmi e marginalità inimmaginabili, con strategie dirompenti per il mercato. Ricchezze disponibili non solo per i grandi colossi come Amazon, ma per tutti quelli che avranno la capacità e l’inventiva per definire formule imprenditoriali adeguate.

L’articolo affronta in modo sintetico il concetto di capitale investito netto al fine di meglio rappresentare la posizione finanziaria netta e il suo ruolo centrale negli equilibri di tesoreria.

Ogni modello di business ha una propria struttura operativa caratterizzata da beni immobilizzati di natura immateriale, materiale e finanziaria e da disponibilità di beni costituiti da scorte e da crediti da incassare. Questi impieghi trovano copertura, in primo luogo, nelle fonti finanziarie collegate alla normale gestione operativa come i debiti di fornitura, i debiti per TFR, i debiti tributari, ecc.
Il capitale operativo (immobilizzazioni + scorte + crediti) meno le fonti finanziarie collegate con la gestione (i debiti di fornitura e i fondi) costituiscono il capitale netto investito (CIN).
È un dato strutturale in gran parte collegato alle dinamiche di settore. Due esempi possono meglio chiarire il concetto: un ipermercato ha per sua natura un CIN ridotto beneficiando di incassi a breve a fronte di dilazioni commerciali dei fornitori. Un grossista di materiale edile avrà invece un CIN maggiore dovendo tenere un ampio assortimento di merci e garantire tempi di pagamento lunghi, fattore critico di successo in un settore dove il ciclo finanziario per sua natura è ultrannuale, dovendosi attendere la conclusione del cantiere per ottenere il saldo.
L’impresa deve finanziare il proprio CIN, istante per istante, per preservare gli equilibri e la solvibilità di tesoreria. Questo non può che avvenire con l’apporto di mezzi propri e con l’apporto di fonti di terzi con scadenza a medio lungo termine e a breve termine.
L’insieme dei debiti che supportano il CIN costituisce la posizione finanziaria di un’impresa. Chi li concede vuole partecipare al rischio di impresa per beneficiare unicamente della rendita del capitale rappresentata dagli interessi. L’esegesi di questo debito è, quindi, unicamente di natura finanziaria e non ha alcun legame con gli atti di gestione operativa. In termini contabili si può dire che all’accensione del debito corrisponde sempre un’entrata di cassa e mai un costo di gestione.
La posizione finanziaria netta (PFN) si ottiene sottraendo dalla posizione finanziaria le disponibilità liquide e le attività prontamente liquidabili, in quanto risorse utilizzabili per garantire il rimborso dei debiti.
I concetti esposti possono essere sintetizzati con una semplice formula matematica “immobilizzazioni +/- capitale circolante netto = mezzi propri + posizione finanziaria netta”, che con semplici passaggi matematici può essere trasformata in “immobilizzazioni +/- capitale circolante netto – posizione finanziaria netta = mezzi propri”.
La PFN costituisce la variabile indipendente che condiziona la struttura finanziaria della società e la quantità del capitale proprio necessario. Ragionando in astratto si potrebbe dire che il debito netto verso i finanziatori esterni non dovrebbe mai essere superiore ai mezzi conferiti dal soggetto economico, in una logica dove il rischio viene ripartito in parti uguali.
L’impresa deve tenere sempre sotto controllo la posizione finanziaria nelle sue politiche finanziarie, in quanto è per sua natura instabile. Chi apporta le risorse finanziarie costantemente effettua una valutazione di opportunità tra rischio percepito e rendimento conseguito nella prospettiva di ottenere la restituzione di quanto prestato. In costanza di mezzi propri la PFN deve essere, quindi, di volta in volta rigenerata, sostituendo le somme rimborsate con altro debito di uguale natura finanziaria; per questo è necessario avere adeguate riserve di liquidità prontamente attivabili che consentano di sostituire i debiti scaduti con altri.