Produzione Editoriale

Ratio Mattino e Ratio Quotidiano Alessandro Pratesi

Il dibattito è in corso, con posizioni contrastanti dovute alla personalissima percezione che ciascuno ha della questione: ebbene, un corretto approccio presuppone l’assenza di pregiudizi, ma anche uno scettico pragmatismo.

È oggettivamente certo che in genere, di fronte alle novità, si tende ad assumere un atteggiamento di cautela, se non di rifiuto, poiché si teme che queste possano incidere negativamente sulla situazione che si mira a modificare. Tale ritrosia, senza dubbio, aumenta a dismisura ogni qual volta le innovazioni, o presunte tali, riguardano il sistema fiscale: infatti e purtroppo, quando sono state sbandierate semplificazioni, l’esito è risultato diametralmente opposto. Che queste affermazioni siano vere lo dimostra il progressivo aumento del carico di lavoro e di adempimenti che, negli anni, ha interessato le imprese e soprattutto gli studi professionali.
Occorre, peraltro, non fermarsi a quello che finora è avvenuto e provare a intuire gli scenari che si potrebbero delineare con l’avvento della fattura elettronica. Per certi aspetti, analoghe perplessità erano emerse quando vi fu il passaggio dalle dichiarazioni cartacee a quelle telematiche: in questo caso, però, il tempo ha dato ragione, almeno in parte, alla scelta del legislatore fiscale. A margine osservo che, vista l’impressionante complessità dei dati attualmente richiesti, la compilazione manuale della dichiarazione risulterebbe un’impresa praticamente impossibile. Altro elemento significativo, ignorato dal legislatore, è che il computer ha potenzialità di lavoro praticamente illimitate, a differenza di quello che accade per l’uomo. In altri termini, se è incontestabile che l’uso intelligente della tecnologia agevoli nettamente il lavoro umano, altrettanto vero è che la proliferazione degli adempimenti (non raramente inutili) appesantisce drammaticamente l’operatività quotidiana di chi deve farvi fronte.
Ora, tornando alla fattura elettronica, occorre valutare alcuni fattori: è inevitabile che i costi amministrativi tenderanno ad aumentare. Le case di software non sono disposte a fornire servizi senza corrispettivo. La partita si giocherà sul risparmio dei costi, ossia di minori adempimenti che, in ipotesi, potrebbero derivare dalla nuova modalità di fatturazione. Ammettendo che, dal 2019, tutto sia regime, è tuttavia fuorviante pensare che le dichiarazioni Iva e dei redditi possano risultare “precompilate”: la normativa è talmente vasta che, senza l’intervento del professionista, esse risulterebbero largamente incomplete.
Secondo punto: le criticità che hanno caratterizzato gli spesometri o la cd. rottamazione delle cartelle hanno dimostrato la vulnerabilità del sito dell’Agenzia delle Entrate. Non valgono alcunché le repliche di chi colpevolizza il fatto che si attenda l’ultimo giorno per inviare il documento: il sistema deve funzionare a prescindere dal momento dell’accesso, anche perché non è da trascurare che, in alcuni casi, ad esempio per la rottamazione, il contribuente decide a ridosso della scadenza, trattandosi di significativi importi da pagare.
Ultima riflessione: la strada è comunque tracciata e l’Italia farà da cavia (volontaria) nell’Unione Europea. Potrebbe essere una grande opportunità, in subordine a due condizioni: considerato che, per ora, la compilazione della fattura elettronica richiede tempi maggiori rispetto a quella “ordinaria”, occorre snellire quanto più possibile la procedura; in secondo luogo, che si dia atto, finalmente e una volta per tutte, alla semplificazione, per ora dimostratasi a senso unico, ossia a favore della Pubblica Amministrazione grazie al lavoro imponente (e gratuito) che i professionisti svolgono a suo favore.

La manovra 2018, oltre all’ennesima occasione mancata per razionalizzare il sistema fiscale, rappresenta l’evidente incapacità del Legislatore di scrivere le norme in modo chiaro e soprattutto semplice. Non sarebbe impossibile, se non mancasse la volontà di farlo.

Solo 19 gli articoli della legge n. 205/2017 ma uno, da solo, basta e avanza per certificare la farraginosità criptica che, in molti casi, rende incomprensibile la norma, almeno a una prima lettura. Il riferimento, come evidenziato in altra occasione, è ai 1.181 commi dell’art. 1, ai quali rinvio per poi valutare se rispondano a questi illuminanti insegnamenti, tratti da “La buona scrittura delle leggi” (R. Zaccaria – Camera dei Deputati, 15.09.2011).
“… una legge si differenzia da testi di altra natura in quanto mira a trasferire conoscenze al destinatario affinché questi le utilizzi, in tempi definiti, per regolare il suo comportamento pratico. La chiarezza della lingua del legislatore è al tempo stesso l’indicatore e il presupposto dello sviluppo di un Paese: senza chiarezza non c’è sviluppo”. E ancora: “Il legislatore sembra, però, spesso disinteressarsi alla tecnica linguistica per concentrarsi sul merito politico di un provvedimento. Al giorno d’oggi della buona scrittura degli enunciati normativi il legislatore non sembra curarsi troppo neppure nel momento più alto dell’elaborazione normativa, come quando ci si accinge a mettere mano alla revisione della Costituzione” (figuriamoci per una legge di Bilancio).
Eppure un tempo “l’Assemblea costituente decise di affidare ad alcuni eminenti scrittori e letterati il compito di controllare il testo finale della nostra Carta costituzionale con riguardo alla sua correttezza linguistica e semplicità! Il controllo sulla lingua dei testi di legge si lega intimamente al controllo dei concetti e delle categorie giuridiche: la scelta linguistica del legislatore coincide immancabilmente con una scelta di impianto logico e valoriale. Adolf Merkl sosteneva che la lingua non è affatto una vietata porticina di servizio attraverso la quale il diritto s’introduce di soppiatto. La lingua è, piuttosto, il grande portale attraverso il quale tutto il diritto entra nella coscienza degli uomini. In definitiva, è proprio attraverso la buona scrittura delle leggi che il legislatore può perseguire effettivamente ed efficacemente l’obiettivo politico che si prefigge”.
Provate a leggere, per meri fini valutativi, se il comma 1010 dell’art. 1 (testualmente riportato) è in linea con la nobilissima enunciazione di principio: … omissis … “Le disposizioni non si applicano a una sede fissa di affari che sia utilizzata o gestita da un’impresa se la stessa impresa o un’impresa strettamente correlata svolge la sua attività nello stesso luogo o in un altro luogo nel territorio dello Stato e lo stesso luogo o l’altro luogo costituisce una stabile organizzazione per l’impresa o per l’impresa strettamente correlata, ovvero l’attività complessiva risultante dalla combinazione delle attività svolte dalle due imprese nello stesso luogo, o dalla stessa impresa o da imprese strettamente correlate nei due luoghi, non sia di carattere preparatorio o ausiliario, purché le attività svolte dalle due imprese nello stesso luogo, o dalla stessa impresa, o dalle imprese strettamente correlate nei due luoghi, costituiscano funzioni complementari che siano parte di un complesso unitario di operazioni d’impresa”.
Del tutto incomprensibile, anche in seconda e terza lettura. Verrebbe da ricordare il R.D. n. 773/1931 (art. 121, c. 3), che apoditticamente proclama: “È vietato il mestiere di ciarlatano”. Che, in una più ampia accezione, significa spacciare per chiaro ciò che, invece, è del tutto oscuro o falso.

Sotto l’albero di Natale il consueto dono del Parlamento, che con finale e inarrestabile accelerazione ha approvato la legge di Bilancio 2018, ossia il solito incubatore delle più disparate misure, della cui efficacia solo il tempo sarà giudice.

Se dovessimo commentare la tecnica legislativa utilizzata, il voto sarebbe largamente insufficiente. Formalmente si tratta di leggere 483 pagine, composte dalla “Parte I, Sezione I – Misure quantitative per la realizzazione degli obiettivi programmatici”, con un unico articolo e suddivisa in 1181 commi (!), per complessive 219 pagine, e dalla “Parte II, Sezione II – Approvazione degli stati di previsione”, che consta di 18 articoli e 15 pagine. Le restanti 249 sono riservate ad allegati, tabelle e riepiloghi.
La legge di Bilancio (già “Finanziaria” o “di Stabilità”) è necessariamente complessa, considerando la vastità delle aree di intervento e gli scopi fondamentali: ricerca degli equilibri finanziari, riduzione del debito pubblico, individuazione di misure finalizzate al rilancio dell’economia e al contrasto delle disuguaglianze economico–sociali. Tali obiettivi, che non sono di semplice realizzazione neppure in un contesto caratterizzato da un esercizio “alto” della funzione politica, divengono praticamente irrealizzabili nel panorama che caratterizza il nostro Paese. Molte, troppe le contraddizioni. Dalla lettura del testo emergono le solite mance e regalie, attestanti il malvezzo che marchia a fuoco il concetto di gestione della cosa pubblica: una particolare sensibilità ai possibili “ritorni” elettorali, massima attenzione a non toccare “alcuni” diritti acquisiti non più sostenibili e costruiti nel tempo con meccanismi normativi che, con un eufemismo, potremmo definire discutibili e, infine, con pervicace ostinazione, incapacità di agire in maniera draconiana sulla spesa pubblica.
Completa il quadro la conferma dell’inaffidabilità del Fisco, che oltre a prevedere sempre e più stringenti misure di controllo e di limitazione alla, invece, naturale possibilità di compensare partite a debito e a credito, travolge il principio del legittimo affidamento che è alla base del rapporto fra l’Amministrazione Finanziaria e il contribuente: l’inversione di rotta sull’I.R.I, rinviata di un anno e magari già adottata dalle imprese, e il mantenimento degli studi di settore, nonostante i proclami (certificati dalle audizioni parlamentari) che ne garantivano la dipartita per fare posto ai cd. “Isa”, rappresentano un chiaro segno di promesse non mantenute. E questo, corre l’obbligo di ricordarlo, quando le imprese e i professionisti sono costretti a subire un torrentizio incremento degli adempimenti, senza che da essi derivi alcun vantaggio.
Si allunga anche il tempo per andare in pensione. Ineluttabilmente, purtroppo, visto che la piramide della popolazione testimonia chiaramente le denatalità e l’incapacità di sostenere la spesa previdenziale e che tale fatto è aggravato sia dalla tardiva età di accesso al mondo del lavoro sia dal tasso di disoccupazione (quello ufficiale, poiché il “sommerso”, ovviamente, non ha riflessi ai fini previdenziali). Però, con altrettanta immediatezza, si dovrebbe avere l’onestà intellettuale di cancellare o, comunque, di ridimensionare fortemente quello che non è più sostenibile: il riferimento è proprio a “quei” diritti acquisiti quali vitalizi, pensioni d’oro, pensioni baby e altre mostruosità giuridiche che alimentano l’amarezza di chi vede frustrate le proprie aspettative ed è costretto a mantenere rendite parassitarie, senza speranza di ottenere analoghi trattamenti. Sarebbe un segnale di non poco conto, il primo passo nella direzione di una politica, finalmente, al servizio dei cittadini.

“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”: chi pronuncia la frase è Tancredi, nipote del principe di Salina nel romanzo “Il Gattopardo”.
Sintesi perfetta per rappresentare un trasformismo puramente di facciata.

Credo che le norme più inutili dell’ordinamento tributario siano contenute nella legge 212/2000, il vilipeso Statuto del contribuente e, segnatamente, l’art. 3, c. 1 (Salvo quanto previsto dall’art. 1, c. 2 – che riguarda, peraltro, la sola interpretazione, n.d.a. – le disposizioni tributarie non hanno effetto retroattivo) e l’art. 10, c. 1, che teorizza una pura utopia (I rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria sono improntati al principio della collaborazione e della buona fede). E questo, si noti bene, nonostante l’Agenzia delle Entrate, a più riprese e con crescente enfasi, continui a magnificare il costante e positivo miglioramento del clima di fiducia fra contribuenti e Fisco. È sufficiente leggere le periodiche audizioni parlamentari del direttore pro-tempore o ascoltarne le autocelebrazioni, sopportate supinamente o quasi nel corso dei convegni di studio organizzati dagli Ordini professionali o dalle associazioni di categoria. Non intendo assumere posizioni polemiche fini a sé stesse, quanto, piuttosto, provare a capire se i provvedimenti normativi e, in particolare, l’evoluzione degli adempimenti rappresentino davvero una semplificazione, nel rispetto delle enunciazioni di principio finalizzate a favorire i cittadini, le imprese e i professionisti che, a titolo e in misura diversi, sono chiamati ad assolvere i propri doveri nei confronti dell’Erario. Ebbene, sembra che gli esiti siano di segno opposto. Per ragioni varie, ogni volta che il legislatore pone mano a un processo di semplificazione o razionalizzazione, i risultati sono diametralmente opposti o si traducono in soluzioni illogiche e prive di fondamento tecnico.
I postumi dello spesometro non sono ancora stati smaltiti e, addirittura, si è prevista una sanatoria che permette di correggere gli errori, fino al 28.02.2018, senza applicazione di sanzioni, a conferma della particolare complessità di tale comunicazione e delle enormi difficoltà operative che hanno dovuto affrontare e risolvere, a proprie spese, gli addetti ai lavori.
Tragicomica, a dir poco, la sorte dell’Iri, presentata come la rivoluzione copernicana della fiscalità del reddito d’impresa. Si prevedeva una “tassa piatta”, pari al 24% mistificandone, tuttavia, la vera natura. In sostanza, qualsiasi prelievo effettuato dall’imprenditore o dai soci sarebbe stato comunque tassato con le aliquote Irpef progressive, con un’aggravante finale: alla cessazione dell’attività d’impresa, avvenendo (per presunzione normativa) la distribuzione degli utili/riserve prima non prelevati, l’agevolazione in argomento avrebbe disvelato la sua totale inconsistenza. In altri termini, l’Iri non rappresenta una detassazione del reddito d’impresa, ma solo un “acconto” del 24% sulle imposte definitive. Nei fatti, dunque, nessuna novità, ma solo un diverso arco temporale al termine del quale avere capitalizzato l’impresa o prelevato gli utili sarà indifferente. Non è tutto, però: il disegno di legge di Bilancio 2018 vanifica il comportamento di coloro (pochi, peraltro) che avevano scelto tale regime, differendone di un anno l’entrata in vigore, con effetti facilmente immaginabili sugli acconti d’imposta e palese violazione della legge 212/2000, sempre più simile alle grida di manzoniana memoria. A meno di ritenere che posticipare un regime eventualmente già adottato da oltre 10 mesi, in base al principio del legittimo affidamento, sia del tutto irrilevante.
Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

Insanabile contrasto fra la possibilità del ravvedimento “lungo” e le comunicazioni ex art. 54 D.P.R. n. 633/1972: tale è l’effetto del controllo sulle liquidazioni periodiche Iva, che inibisce la possibilità della definizione agevolata, se non nella misura indicata nell’avviso bonario.

In un ordinamento tributario caratterizzato da un profluvio parossistico di cambiamenti, spesso scoordinati e recanti appesantimenti operativi per le imprese e i professionisti che le assistono, emerge chiaramente come le dichiarazioni di principio, enunciate nelle audizioni parlamentari dei dirigenti pro-tempore dell’Amministrazione Finanziaria, siano clamorosamente disattese dai provvedimenti che dovrebbero realizzarle.
La storia ci insegna come ogni volta sia stato sbandierato un progetto di semplificazione fiscale, gli esiti siano risultati diametralmente opposti.
È sufficiente ricordare quanto illustrato nella scheda di lettura della legge di Stabilità 2015 (legge n. 190/2014), la quale (art. 1, cc. 634-641) evidenziava la modifica delle “modalità di gestione del rapporto tra Fisco e contribuenti, al fine (dichiarato ma non raggiunto) di migliorarne la cooperazione e aumentare l’adempimento spontaneo agli obblighi fiscali (tax compliance). In particolare”, prosegue la scheda di lettura, “sono stati rafforzati i flussi informativi tra contribuenti e Agenzia delle Entrate; sono modificate le modalità, i termini e le agevolazioni connessi all’istituto del ravvedimento operoso, consentendo l’accesso all’istituto anche oltre i termini previsti dalle norme vigenti, a prescindere dalla circostanza che la violazione sia già stata constatata, con una riduzione automatica delle sanzioni; sono apportate sostanziali semplificazioni in materia di dichiarazione Iva”.
Si ricorda, al riguardo, che l’art. 1, c. 1, lett. b) della legge di delega fiscale prevede, tra i principi generali, il coordinamento e la semplificazione delle discipline concernenti gli obblighi contabili e dichiarativi dei contribuenti, al fine di agevolare la comunicazione con l’Amministrazione Finanziaria in un quadro di reciproca e leale collaborazione, anche mediante la previsione di forme di contraddittorio propedeutiche all’adozione degli atti di accertamento dei tributi.
Omettendo di commentare le vicissitudini che hanno connotato l’invio dello spesometro relativo al primo semestre 2017, è lecito chiedersi come sia ipotizzabile temperare l’ampliamento dei termini per effettuare il cosiddetto ravvedimento operoso con i controlli, di fatto in tempo reale, riguardanti i versamenti correlati alle liquidazioni periodiche Iva.
È sufficiente esaminare l’art. 13 D.Lgs. n. 472/1997 (riformulato dall’art. 16 D.Lgs. n. 158/2015): nell’ottica di favorire la compliance fiscale si dilata significativamente il termine entro il quale sanare le violazioni connesse agli omessi o carenti versamenti delle imposte, uniformandolo a quello ordinariamente previsto per effettuare l’accertamento delle dichiarazioni presentate dai contribuenti. In altri termini, sembrava realizzata l’equazione temporale fra i poteri di controllo e la “difesa con sconto” per eliminare le irregolarità di pagamento. Tuttavia, il chiaro disposto normativo dell’art. 13, c 1-ter D.Lgs. n. 472/1997 vanifica la possibilità di ravvedere l’omesso versamento derivante dalla liquidazione periodica Iva, considerando i tempi estremamente rapidi con i quali può essere controllato il regolare versamento dell’imposta che scaturisce dalle predette liquidazioni.
Dunque, a distanza di poco tempo, una norma agevolativa (ossia l’ampliamento termini del ravvedimento operoso) e la previsione di un adempimento periodico che ne travolge l’efficacia, mediante l’avviso “bonario”. L’ennesimo pasticcio fiscale…

Poiché è impossibile arginare la stupidità (come osservava Einstein, “Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”…), male non sarebbe se, almeno per il mese di agosto, ci fosse stata concessa una tregua.

Per dimostrare l’oggettiva democrazia della stupidità basti osservare come essa sia riscontrabile sia negli uomini comuni sia in chi, almeno in linea teorica, dovrebbe esserne immune, poiché chiamato a esercitare responsabilità di governo delle Nazioni.
È bene precisare che il termine “stupidità” ha varie declinazioni: fra esse estraggo (vocabolario Treccani) quella che si traduce in un’azione o comportamento non intelligente, intendendo per intelligenza il complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare e, dunque, essere capaci di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento. In breve, l’attitudine a intendere bene, con facilità e prontezza, così operando in modo corretto e razionale.
Essendo assai facile trovare perle di stupidità, inizio da un episodio di recente cronaca: l’occupante abusivo di un parcheggio destinato ai disabili che, dopo una sacrosanta multa, è tornato sul luogo del misfatto e, per rimarcare la sua stoltezza, vi ha lasciato un messaggio dove si rallegrava per l’invalidità toccata in sorte a chi lo aveva denunciato. Da tenere presente, tornando ancora alla democrazia, che questo soggetto esercita pienamente i propri diritti civili: per esemplificare, il suo voto politico ha lo stesso valore di chi ha ben altra educazione civica.
Proseguo con i test nucleari nord coreani, che testimoniano come i disastri e le tragedie che hanno segnato intere generazioni di uomini non siano servite a niente: le immagini delle facce sorridenti che plaudono al successo del test missilistico si commentano da sole. Cui prodest? Quali vantaggi si possono ottenere da simili provocazioni? E, soprattutto, se sono dirette alla Nazione (gli Stati Uniti d’America!) che, unica su tutte, ha già fatto uso di tali terribili strumenti di distruzione. Possiamo solo confidare che siano illuminate le decisioni e le risposte avverse, senza trascurare che mai come in questo momento sarebbe necessario che, per l’appunto, chi ha responsabilità di governo nei Paesi che “contano”, per una volta, abbandonasse visioni “particolari” e fosse guidato dalla tutela dell’interesse comune.
E che dire del “mediatore culturale” Abid Jee, che vive e studia giurisprudenza a Bologna, il quale, a margine di un atto criminale, ha osservato e argomentato che lo stupro, a ben vedere, non è un’azione molto grave. Ogni commento è superfluo, salvo rilevare che se tali sono i mediatori culturali, possiamo farci il segno della croce (sempre che ci sia concesso, naturalmente …). Come rilevato da Gramellini sul Corriere della sera, sarebbe interessante conoscere i meccanismi sottostanti alla selezione di figure che dovrebbero permettere e favorire l’incontro e la coesione di culture e tradizioni diverse.
E ancora, sul sisma che ha funestato l’isola di Ischia. Con il doveroso e totale rispetto dei morti, ci si chiede quanta colpa vi sia nelle scellerate decisioni di coloro che, in totale dispregio delle leggi e dei regolamenti edilizi, continuano a costruire abusivamente, confidando nell’immancabile provvedimento di condono. Che serve solo a legittimare i comportamenti di chi della violazione delle regole fa costume di vita, ma non a evitare simili tragedie.

Nell’uso comune la celebre invettiva di Cicerone è usata per denunciare il destinatario di abusare della pazienza, dell’indulgenza o della buona educazione di chi la proferisce o, ancora, della comunità di cui si fa portavoce.

Prosegue, la prima delle Catilinarie, con un altro inequivocabile passaggio: quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Ossia, quanto a lungo ancora questa tua follia si prenderà gioco di noi?
Davvero appropriato, in questi concitati e caldissimi giorni estivi, il richiamo al monito di Cicerone per traslarlo, mutatis mutandi, all’incredibile proroga, giunta addirittura a tempo scaduto, riguardante i termini di versamento delle imposte derivanti dalle dichiarazioni. A proposito, di quali? Tutte o solo alcune di esse? In sintesi, ricostruiamo ciò che è avvenuto dal 21 al 26.07.
Oltre all’intempestività del primo provvedimento, preceduto da un comunicato stampa del MEF (scadenza del 20.07 prorogata il 21.07…), chi ha scritto il testo non ha probabilmente chiaro che, rispetto al precedente periodo d’imposta, non è più previsto un modello “Unico”, ma tre modelli “autonomi. Ne consegue che il tenore letterale del Dpcm lasciava oggettivi margini di dubbio sul fatto che la proroga dei versamenti fosse applicabile anche ai versamenti Irap e Iva. Si legge, infatti: “I titolari di reddito d’impresa versano il saldo dovuto con riferimento alla dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta precedente a quello in corso al 1.01.2017, nonché la prima rata dell’acconto dell’imposta sui redditi relativa al periodo d’imposta successivo: a) entro il 20.07.2017 senza alcuna maggiorazione; b) dal 21.07.2017 al 20.08.2017, maggiorando le somme da versare dello 0,40% a titolo di interesse corrispettivo”.
Altra questione di non trascurabile rilievo era rappresentata dall’esclusione dei professionisti dai soggetti interessati dalla proroga, senza motivazione alcuna. Eppure si doveva riflettere che i più penalizzati da questo guazzabuglio normativo sono proprio i professionisti, segnatamente i commercialisti, costretti a un ulteriore e, senza alcun riconoscimento, supplemento di sforzo.
Qualcuno, volendo giustificare tale esclusione, ha ipotizzato che solo le imprese sono state interessate dalle modifiche dei principi contabili e questo legittimerebbe il trattamento “di favore” loro riservato. Sfugge, evidentemente, un elemento dirimente: la larga maggioranza delle imprese italiane è in regime di contabilità semplificata e per esse, oggettivamente, l’impatto dei nuovi principi contabili è prossimo allo zero.
Grande confusione, dunque, e difficoltà operative inenarrabili nella gestione delle deleghe di versamento, per effetto delle criticità non risolvibili in via interpretativa dalle case di software.
Che le dure prese di posizione degli Ordini professionali e delle associazioni di categoria non fossero velleitarie lo dimostra il successivo comunicato MEF del 26.07 (ore 18:00…), che pone un rattoppo alla pezza (il che è tutto dire…). Si dispone, infatti, che dal 21.07 al 20.08 anche i lavoratori autonomi potranno effettuare i versamenti delle imposte con lo 0,40% di maggiorazione. Attendiamo, naturalmente, il Dpcm (che sarà firmato nei prossimi giorni…). Si precisa anche che i versamenti interessati dalla nuova scadenza sono quelli derivanti dalla dichiarazione dei redditi, dalla dichiarazione Irap e dalla dichiarazione Iva (guarda caso, non era così scontato…). Ad abundantiam, con un altro Dpcm, in dirittura d’arrivo, sarà prorogato, al 31.10.2017 il termine per presentare il modello 770 e le dichiarazioni dei redditi e dell’Irap. Poi sarà la volta della voluntary disclosure
Dunque, ad maiora!

Nell’ossimoro due idee, normalmente disgiunte poiché inconciliabili, sono accostate per produrre stupore, ossia un effetto che conferisce loro una particolare energia di senso, in grado di colpire chi ascolta o chi legge: tali sono il regime di cassa e il risparmio fiscale, che confliggono a causa dell’ennesimo pasticcio normativo.

È facile sostenere l’oggettiva certezza di quanto affermato in premessa: è sufficiente una contestuale lettura della norma istitutiva del regime di cassa per le imprese “semplificate” e della relazione tecnica a corredo.
È sorprendente rilevare, anzitutto, come molti abbiano salutato la novità come un successo per i piccoli imprenditori, che finalmente potranno pagare meno tasse (pia illusione …), ossia sul differenziale effettivo fra incassi e spese. Insomma, con la fine del regime di competenza si realizzerebbe una vera giustizia fiscale. Ebbene, quand’anche fosse vero, dovremmo comunque fare il conto con le aliquote d’imposta e la contribuzione, i cui livelli sono tali da erodere circa 2/3 del reddito prodotto. A parte questo non irrilevante dettaglio, la relazione tecnica evidenzia che sono potenzialmente interessate circa 439.000 società di persone e oltre 1.766.000 imprese individuali che, transitando nel nuovo regime, garantirebbero, nel primo anno di applicazione, un maggior gettito Irpef di competenza di 778,5 milioni e un recupero di gettito Irap di circa 63,3 milioni.
Dunque, la predetta relazione non lascia margini di dubbio o spazi interpretativi: nessuna riduzione delle tasse; al contrario, si ipotizza un maggior prelievo. A ben vedere gli unici beneficiari, almeno in prima battuta, potrebbero essere solo coloro che presentano tempi di incasso dei crediti molto lunghi e che, in vigenza del regime di competenza, erano costretti a determinare le imposte su operazioni realizzate ma non monetizzate. Da non trascurare, altresì, che nella quasi totalità dei casi dovranno essere sopportati nuovi adempimenti, aggravi dei costi amministrativi e di tenuta della contabilità. E non finisce qui. Oltre all’impossibilità di recuperare la perdita generatasi nel primo esercizio, per effetto della deduzione dall’imponibile delle rimanenze finali del 2016, sono state colpevolmente trascurate e non chiarite alcune possibili conseguenze del guazzabuglio normativo che regolamenta il nuovo regime, con particolare riguardo alla sorte delle giacenze di merci. Esemplificando:
• è di tutta evidenza che le rimanenze, seppure fiscalmente irrilevanti dopo il primo esercizio, dovranno comunque essere valorizzate e annotate. Il Codice Civile, infatti, non prevede eccezioni fra imprenditori “ordinari” e “semplificati (la differenza sussiste solo ai fini dei limiti di ricavi superati i quali il legislatore tributario impone la tenuta della contabilità ordinaria);
• oltretutto, qualora si intenda, in un secondo momento, abbandonare il regime di cassa per transitare in quello “ordinario”, occorrerà compilare il prospetto iniziale delle attività e delle passività e, quanto alle prime, è indubbio che ne facciano parte le giacenze di fine anno;
• i nuovi “indicatori di affidabilità economica”, che sostituiranno gli studi di settore, prevedono, fra l’altro, il cosiddetto “costo del venduto per addetto”, che si determina tenendo conto (ignoranza legislativa?) del valore delle rimanenze iniziali, degli acquisti e delle rimanenze finali. Ne consegue, contraddicendo chi sostiene il contrario, che non è possibile disinteressarsi della valorizzazione delle rimanenze;
infine, cosa accadrà a chi, transitato nel regime di cassa, al 31.12.2017 cesserà l’attività? In altri termini, siamo proprio certi che l’Agenzia delle Entrate, per scongiurare comportamenti antielusivi, non pretenda l’autoconsumo delle rimanenze, con rilievo ai fini delle imposte dirette e dell’Iva?

Un’attesa costante ma vana, promesse non mantenute, nuove e illogiche complicazioni, teorie sulla crescita economica prive di fondamenta tecniche. Difficile classificare altrimenti l’evoluzione – degenerazione normativa che caratterizza da decenni la legislazione fiscale.

Sfugge, o forse non esiste, la volontà di muoversi in tal senso, a chi, tempo per tempo, ha avuto la responsabilità di indirizzare la politica economica e fiscale del Paese, un concetto elementare: non può esserci crescita se non si estirpa il flagello che la deprime: la spesa pubblica improduttiva. Taglio che può anche trasformarsi, a parità di spesa complessiva, in riqualificazione e volano per lo sviluppo.
Sono noti, infatti, gli esiti dei provvedimenti che sono stati rubricati come semplificazione e razionalizzazione del sistema fiscale e riduzione della zavorra del debito: mere enunciazioni di principio che si sono dimostrate, a ben vedere, inefficaci se non, in molti casi, produttive di effetti deleteri.
Il termometro di siffatte contraddizioni, non l’unico ma fra i più significativi, è la difficoltà estrema nella quale sono costretti a operare i professionisti e le associazioni chiamate ad assistere i contribuenti nei loro adempimenti verso la Pubblica Amministrazione e, segnatamente, quelli riferibili all’Agenzia delle Entrate. Da poco superate le prime scadenze del 2017 (dichiarazioni Iva e spesometro) inizia la tormentata stagione della redazione dei bilanci e delle dichiarazioni dei redditi. Verrebbe da chiedersi, ad esempio, come sia stato possibile attendere quasi 20 mesi per cercare, peraltro attraverso uno strumento tecnico improprio, il “decreto milleproroghe”, di coordinare le modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 139/2015, in materia di bilancio di esercizio, con le norme del Tuir. E, soprattutto, il modo con cui si è operato in tale direzione, ovvero con la previsione di regole che sembrano ignorare le caratteristiche delle imprese e, più in particolare, delle società che rappresentano il tessuto produttivo italiano. Si pensi ai “guasti” che deriveranno dall’eliminazione delle spese di pubblicità e/o ricerca e sviluppo dall’attivo di bilancio: chiunque abbia minime conoscenze ragionieristiche sa perfettamente che l’elisione di tali poste determina un equivalente decremento del patrimonio netto, con effetti che, in molti casi, potrebbero trasformarlo in un deficit. Senza trascurare, oltretutto, che per meri fini comparativi tale effetto deve essere evidenziato anche con riferimento ai bilanci del 2015. O, ancora, alla previsione che ha depotenziato l’agevolazione “Ace” o all’irrilevanza fiscale dei super e iper ammortamenti ai fini Irap e, ancora con riferimento a queste ultime due fattispecie riguardanti l’acquisto dei beni strumentali, l’esclusione dal novero dei beni agevolati, dal 2017, delle autovetture non destinate esclusivamente all’attività propria dell’impresa. Per i professionisti, addirittura, il divieto di fruire dell’iper ammortamento.
Salvo raccontarci che, a fronte di una possibile riduzione del cd. “cuneo fiscale”, la correlata contropartita sarebbe da individuare nell’incremento delle aliquote Iva (dal 22 al 25% e dal 10 al 13%), così favorendo (?!) le imprese esportatrici. Con il corredo, ad abundantiam, della soppressione delle detrazioni d’imposta attualmente previste per alcune categorie di spesa (privata, ovviamente). Non credo che siffatte misure possano rilanciare l’economia. Sarebbe già un miracolo se non la deprimeranno ulteriormente.
Su tutto, però, sopravvive la spesa pubblica. Qualche sforbiciata, qua e là, ma non troppo decisa. Quasi come si fa con le piante: si “pota” affinché vi sia una crescita più robusta; in questo caso, però, il nuovo germoglio graverà ancora sui contribuenti.

Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata: straordinariamente attuale la frase di Tito Livio, facilmente riferibile a chi, a Roma ma anche in altri luoghi e sedi, perde tempo in inutili discussioni, invece di agire.

L’Italia è un Paese unico, che supera tutti gli altri, nel bene e nel male. Nessuno può vantare un patrimonio culturale e artistico paragonabile a quello che si trova nel nostro territorio e lo caratterizza. E questo divario sarebbe destinato ad accentuarsi se ipotizzassimo uno scambio: ci sia restituito tutto quello che, nei secoli, ci è stato trafugato (enormità) e, al contempo, retrocediamo quello che (poco) di straniero è presso di noi.
Con altrettanta evidenza, però, dobbiamo ammettere che non abbiamo rivali nella mancanza del rispetto delle regole, nella fuga dalle responsabilità, dal fare dell’inconcludenza e contraddizione quello che, all’estero, è percepito come la vera identità dell’Italia.
Non sono sufficienti 4.000 battute (lo spazio di Ratio Mattino) per indicare gli italici difetti; tuttavia, tutto potrebbe essere riassunto con alcune, ottime citazioni. La prima, di Salvemini: in Italia “si punisce il peccato come se fosse un delitto, e si perdona il delitto come se fosse peccato”. La seconda, di Tomasi di Lampedusa: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. L’ultima, infine, come monito, tratta dalla lettera di Machiavelli a Francesco Vettori, ambasciatore della Repubblica fiorentina presso la corte pontificia di papa Leone X: “è meglio fare e poi pentirsi che non fare e poi pentirsi”.
Difficile non convenire che questo siamo: la Terra delle contraddizioni, tragicamente divenute costume e, quel che è peggio, percepite come normali.
Contraddizione come matrice storica. Lo testimoniano le profonde differenze fra Nord e Sud, fra i campanili delle nostre Province e, addirittura, fra i quartieri delle stesse città. Ciò che potrebbe, nella diversità, rappresentare un formidabile propulsore di crescita diviene, invece, un fardello pesantissimo e un freno. Si discute di tutto e di tutti, con visione miope. In questo magmatico guazzabuglio la politica, comunque “colorata”, dà il peggio di sé, dimenticando quella che è la sua accezione più nobile, ossia la scienza e l’arte di governare, la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello Stato e la direzione della vita pubblica. È arduo individuare un approccio ortodosso, da parte di chi ci rappresenta, a tale concetto. Non dobbiamo, però, stupirci: siamo noi, con lo strumento della democrazia, che scegliamo (con le storture dell’attuale sistema elettorale) i responsabili delle nostre sorti sociali, economiche e delle regole di convivenza.
Sperequazioni intollerabili, con posizioni di rendita acquisite mediante meccanismi che definire discutibili è un pio eufemismo, corruzione, lassismo e mortificazione del merito. Non sono solo difetti italiani, ma noi abbiamo una peculiarità. Viene da dire, infatti, che certe cose possono accadere solo in Italia. Una perla, fra le tante che testimoniano l’autogiustificazione dell’assurdo, a margine del limite di 240.000 euro lordi applicabili anche ai compensi dei conduttori della Rai. Qualcuno, temendo per la propria posizione, ha osservato quanto segue: “il Corriere (della sera) continua ad attribuirmi un compenso annuo di 1.800.000 euro, più un milione per prestazioni straordinarie. In realtà, 1.800.000 euro è il tetto massimo insuperabile, tanto è vero che nelle ultime due stagioni ho maturato 358.250 euro in più che non mi sono stati accreditati. Questo significa che ho lavorato gratis per 30,6 prime serate”. Sarà il caso, forse, di promuovere una colletta.