Produzione Editoriale

Ratio Mattino e Ratio Quotidiano Stefano Zanon

Dopo che il Governo ha iniziato a operare, ci si chiede quali importanti provvedimenti riuscirà a mettere in “cantiere”.

Si dice che verrà attuato quanto previsto nel “contratto” sottoscritto dai partiti che sostengono l’esecutivo. In realtà occorrerà calare il programma nell’ambito della concreta attualità, con il necessario rispetto del principio generale che i desideri dell’uomo sono potenzialmente “illimitati”, mentre le risorse sono “scarse”, cioè non sono disponibili in quantità sufficienti per qualsiasi prevedibile fabbisogno umano presente o futuro (non solo per gli italiani).
Il contrasto tra le risorse scarse e i bisogni umani illimitati crea un problema di squilibrio strutturale, ineliminabile, che costringe l’uomo a effettuare delle scelte. L’uomo e le scelte che compie per risolvere questo problema di scarsità costituiscono il cuore della scienza economica che, spesso, proprio per questo, è definita la “scienza delle scelte”.
Allora, più realisticamente, dovremo prendere atto che il Governo farà ciò che le circostanze gli consentiranno.
Confedilizia, in particolare, rileva che nel “contratto” non c’è scritto molto riguardo al capitolo “immobiliare”, anche se viene registrato, con soddisfazione, il passaggio in tema di fiscalità generale in cui si parla di “contrarietà a misure di tassazione di tipo patrimoniale”, così come rassicurante è leggere il proposito (per il momento ci bastano le intenzioni) di azioni più incisive contro le occupazioni abusive di immobili.
In ogni caso, non va dimenticato che il programma di uno dei partiti della coalizione conteneva alcune proposte ampiamente appoggiate da Confedilizia, che potrebbero essere riprese nei prossimi mesi, come l’introduzione della cedolare secca per le locazioni commerciali e l’abolizione dell’Imu sui negozi sfitti.
Per il resto, come sottolinea l’Associazione della proprietà edilizia (in Confedilizia Notizie di giugno), in consiglio dei ministri siede (come Ministro per gli affari europei) un economista che le cronache delle ultime settimane hanno portato all’attenzione generale per le sue posizioni in materia di euro, ma che era stato apprezzato per essere uno dei pochissimi studiosi ad aver compreso i danni procurati all’economia italiana dall’eccesso di tassazione sugli immobili avviato a fine 2011.
Il professor Paolo Savona scrisse nel 2014 che dopo l’esplosione della crisi, per raccogliere 24 miliardi di tasse sugli immobili si è determinata una perdita di valore (a carico di cittadini e imprese) stimabile tra il 20 e il 30% della ricchezza complessiva, ossia dai 1.000 ai 2.000 miliardi di euro (dalle 40 alle 80 volte circa il gettito ottenuto). Questa sarebbe la reale causa della recessione tuttora presente in Italia.
A questi effetti negativi si sono, infatti, sommati quelli sui consumi, a causa di ciò che gli economisti chiamano “effetto ricchezza”, ossia la relazione che intercorre tra la variazione delle consistenze di risparmio a valori correnti e i consumi delle famiglie.
È stata una delle più miopi e controproducenti scelte di politica economica, in contrasto con la volontà dichiarata di voler propiziare crescita e occupazione, nonché rispettare il risparmio.
Ci auguriamo che il Governo sia in grado di passare dalle parole (abbondanti) alle azioni, in un quadro di risorse limitate (scarse) mettendo alla prova la capacità degli economisti, di dimostrarsi abili “scienziati delle scelte” (giuste, si spera!).

Con la recente tornata elettorale, il mondo immobiliare, per voce di Confedilizia, ha richiesto al nuovo Parlamento interventi che siano in grado di restituire fiducia a un comparto in difficoltà ormai da troppo tempo. Sintetizziamo brevemente le 10 proposte di Confedilizia per il rilancio del settore.

1. Riduzione della pressione fiscale sul comparto immobiliare: il carico tributario sugli immobili, arrivato a 50 miliardi di euro l’anno, costituisce un macigno fiscale che frena pesantemente un settore e il suo indotto, specie per effetto della tassazione patrimoniale, passata da 9 miliardi di euro del 2011 (con l’Ici) ai 21 miliardi del 2017 (con Imu e Tasi).
2. Rilancio dell’investimento immobiliare da destinare alla locazione: al fine di favorire l’acquisto finalizzato alla locazione, occorre rivedere nel complesso la legislazione in materia, soprattutto di tipo tributario, eliminando le numerose distorsioni che colpiscono i diversi soggetti in campo, comprese società e grandi investitori.
3. Estensione della cedolare secca a tutti i contratti di locazione: il successo della cedolare secca è la dimostrazione della necessità di estenderla sia alle locazioni abitative, da parte di soggetti non persone fisiche, sia a tutti gli affitti non abitativi (locali commerciali, uffici, ecc.).
4. Garanzia per il locatore di rientrare in possesso dell’immobile in tempi certi: è necessario ripristinare la legalità per assicurare tempi certi per il rientro in possesso degli immobili da parte dei proprietari in caso di finita locazione o di morosità del conduttore.
5. Liberalizzazione delle locazioni commerciali: le locazioni di negozi, uffici e di tutti gli altri immobili ad uso diverso dall’abitativo sono sottoposte a una regolamentazione vecchia di 40 anni (la Legge dell’equo canone, risale al 1978), che impone vincoli anacronistici, a partire dall’obbligo di stipulare contratti per 12 o 18 anni, senza possibilità di rivedere il canone (salvo l’aggiornamento Istat). Appare opportuno rendere tali regole derogabili.
6. Stabilizzazione degli incentivi per gli interventi di riqualificazione del patrimonio edilizio: occorre ordinare e stabilizzare la copiosa legislazione in materia di incentivi per interventi sugli immobili, provvedendo a correggere talune discriminazioni nei confronti dei soggetti diversi dalle persone fisiche.
7. Misure di stimolo e di sostegno alla rigenerazione urbana: le città hanno bisogno, oltre che di interventi sui singoli edifici, di operazioni di più ampio respiro che perseguano l’obiettivo di recuperare, riqualificare e rendere più efficiente l’immenso patrimonio edilizio, nelle periferie come nei centri storici.
8. Incentivi fiscali per le permute immobiliari: al fine di stimolare il mercato immobiliare e il comparto edilizio in genere, potrebbe rivelarsi efficace una normativa in grado di agevolare le permute immobiliari, riducendo la tassazione per queste operazioni almeno al ricorrere di determinati presupposti.
9. Sviluppo del turismo attraverso la proprietà immobiliare privata: deve essere favorito lo sviluppo – accanto alle forme più tradizionali di ricettività turistica, come quella alberghiera – di modalità che si stanno affermando in risposta a specifiche esigenze, a partire da quelle che vedono protagonista la singola proprietà immobiliare diffusa.
10. Istituzione, all’interno del Governo, di una cabina di regia per lo sviluppo immobiliare: l’immobiliare deve essere considerato dalla politica come un unico settore costituito – oltre che dai proprietari (persone fisiche e società) – da costruttori, agenti immobiliari, produttori e fornitori di componenti e servizi, gestori, amministratori. Un settore di cui la politica deve finalmente comprendere il peso rilevantissimo sul Pil del nostro Paese.

A partire da gennaio 2018, tutte le entità giuridiche che hanno aperto un conto titoli presso intermediari finanziari devono possedere il codice LEI, cioè il “Legal Entity Identifier Code”. Si tratta di un codice alfanumerico (simile al codice fiscale) composto da 20 caratteri, attribuito a livello internazionale.

La richiesta di comunicare il codice LEI perviene, alle imprese, dagli intermediari finanziari (es: banche), i quali sono obbligati ad associarlo a ciascun cliente per consentire l’operatività sul conto titoli e adempiere agli obblighi di segnalazione all’Autorità di Vigilanza Europea sui mercati Finanziari (Esma), specie in caso di negoziazione in strumenti derivati.
La richiesta di attribuzione del codice LEI può essere effettuata direttamente dall’impresa oppure attraverso un soggetto delegato, collegandosi al sito https://lei-italy.infocamere.it, attraverso una procedura a pagamento.
Come consulenti d’impresa ci siamo trovati di fronte alla richiesta di alcuni clienti di acquisire il codice LEI e abbiamo pertanto dovuto, senza eccessivo entusiasmo, prendere dimestichezza anche con questa nuova procedura.
Forti del coraggio di chi ha sperimentato l’invio dei dati delle fatture con il nuovo spesometro semestrale, non ci spaventa esplorare i meandri anche di questo nuovo e banale adempimento: basta compilare un modulo di richiesta con i dati del cliente e inviarlo per via telematica.
La risposta giunge dopo qualche tempo, ma non è positiva. Ci informano che nella delega ricevuta dal cliente manca un dato. Siamo stati troppo ottimisti, abbiamo sottovalutato le insidie nascoste nelle istruzioni e non abbiamo letto l’intero vademecum di compilazione. Ben ci sta, la prossima volta non dobbiamo illuderci di essere “esperti” compilatori di moduli e non dobbiamo cercare scorciatoie alla burocrazia, essa vince sempre!
Ripetiamo l’operazione non prima di aver contattato “l’assistenza” che, ovviamente, risponde solo quando l’operatore non è impegnato in altra conversazione. Superato questo ostacolo, non ci ferma più nessuno, firmiamo digitalmente il file pervenuto sulla posta elettronica certificata, paghiamo con carta di credito e, a breve, arriva finalmente il messaggio di conferma dell’attivazione del codice.
Abbiamo impiegato troppo tempo, ma speriamo sia un investimento per le prossime pratiche. Diventeremo degli esperti in materia, almeno fino a quando non cambieranno la procedura o non si inventeranno un altro codice (certamente più complicato).
Non dimentichiamoci di addebitare al cliente le competenze della pratica, oltre al costo da noi anticipato per l’attivazione, pari a 122 euro (per evitare di rimetterci, oltre al tempo, anche il denaro), di emettere l’avviso di parcella e compilare la ricevuta bancaria (senza la quale è divenuto quasi impossibile incassare qualunque somma!).
Ci attendiamo puntualmente, fra qualche giorno, l’ennesima lamentela del cliente che non si lascerà sfuggire l’occasione di ripeterci che già corrisponde compensi troppo elevati per la consulenza fiscale e contabile e che non intende pagare altre somme aggiuntive rispetto ai compensi forfettari (pattuiti molti anni fa).
Chissà come sarà contento il cliente quando gli riveleremo che non si tratta di un costo una tantum! Infatti, a differenza del codice fiscale, che una volta attribuito resta tale per l’eternità, il codice LEI “scade” annualmente e deve pertanto essere rinnovato al modico prezzo di euro 85,40, oltre all’eventuale costo del soggetto delegato.
Ecco sfuggita l’ennesima occasione di impiegare tempo per fare consulenza “utile” all’impresa e che conferma, anche per i professionisti, l’ormai consolidato e sconfortante ruolo di “passacarte” (telematico, però!) a servizio della Pubblica Amministrazione, ora anche europea.